Un “viaggio in Italia” vissuto passo passo fra borghi, fiumi, facciate di chiese e affreschi… tutto quello che passò davanti agli occhi di Dante oltre 700 anni fa, e che un grande critico e studioso della letteratura italiana, Giulio Ferroni (Roma, 1943), ha voluto rivedere e riscoprire, naturalmente nella versione moderna.

Ne è nato “L’Italia di Dante”, edito da La Nave di Teseo: un volume che è racconto, autobiografia, richiamo critico ai versi di un poeta che ha segnato la letteratura mondiale…

Come nasce

«L’idea del libro – racconta Ferroni, critico e saggista, professore ordinario di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma fino al 2012 – è nata anni fa, indipendentemente dalle prossime ricorrenze per i settecento anni dalla scomparsa del poeta. Con gli impegni e anche la burocratizzazione dell’insegnamento, però, non avevo mai avuto tempo per dedicarmici. Dopo la pensione e in collaborazione con la Società Dante Alighieri, ho disposto le varie tappe, man mano prendendo appunti, annotazioni sui luoghi, sui versi che evocavano… ma anche sugli incontri che facevo. Certo, quello che vedevo era poi definito dai riferimenti culturali che possedevo o che ulteriormente approfondivo, ma l’esperienza è stata anche autobiografica e personale, e ha messo in gioco tante cose…».

Si coglie infatti dalla lettura un clima di continuo “incontro”, in cui, alla parte più critica e letteraria, si associa l’interesse dell’uomo verso luoghi e persone.

«Infatti l’idea di partenza era descrivere i posti nominati dalla “Divina Commedia” come sono oggi, ma durante il viaggio si sono affacciate tante cose, rapporti, conversazioni, sguardi anche sulla banalità delle situazioni quotidiane, che però mi hanno dato con chiarezza il polso della situazione italiana attuale».

Qualche esempio?

«A Carpegna, che mi ricordava anche la mia personale passione per il ciclismo grazie al legame con Pantani, ho fatto conoscenza con una madre e un figlio adolescente: avevano lasciato la loro città, Milano, dove la donna aveva perso il lavoro, e si stavano inventando una nuova vita nel paese di Guido di Carpigna, che Dante cita nel XIV canto del “Purgatorio”. Un breve incontro, una chiacchierata mi hanno aperto uno squarcio su quelle vite, e mi hanno fatto nascere la domanda sul futuro di quella piccola famiglia, e di tante famiglie come questa nell’Italia di oggi: e ancora non erano neppure tempi di Covid…!».

“L’Italia di Dante” rivela il suo interesse per luoghi e persone, ma anche uno sguardo “pendolare” fra passato e presente.

«Questo sviluppo prospettico è dovuto alla constatazione che tanti libri si sono limitati a raccontare un itinerario che ricostruisse esclusivamente il punto di vista di Dante, senza affacciarsi sul presente e neppure su quello che, nella cultura e nell’arte, era passato fra Dante e oggi, e tanto meno su quanto era successo prima di lui! Per dirne una: Ravenna ha Dante, certo, ma ha anche i grandi mosaici di Classe, di San Vitale… e si fa fatica a non collegare la rappresentazione del Paradiso con il suo tripudio di luci e di colori, alla decorazione del Mausoleo di Galla Placidia o a tante altre delle grandi opere che il visitatore antico e moderno può ammirare del passato bizantino di quella città».

L’Italia è cambiata, certo, dai tempi di Dante, e non sempre in meglio, ma si coglie, comunque, nel libro, una visione dell’uomo e del progresso che non giudica, né polemizza.

«Però guarda certe cose con un po’ di ironia: come nel caso del “bullicame” viterbese citato nel XIV canto dell’“Inferno”! Esiste una annosa querelle sul fatto che Dante lo descrivesse frequentato da “pettatrici”, cioè donne che si occupavano di far macerare e poi imbiancare e pettinare le fibre della canapa, oppure da “peccatrici” che usavano quelle acque sulfuree come… presidio medico! Quando andai a vedere il luogo, fui invitato da ragazzi e ragazze che facevano il bagno nelle vasche, all’aperto, a unirmi a loro: ed è qui che, scherzosamente, prendo posizione fra i due termini, asserendo che, sì, assolutamente, il “bullicame” era frequentato da “peccatrici”, che ancora oggi si godono il bagno e il piacere delle acque termali… È uno scherzo, naturalmente, ma un po’ di ironia non guasta: nella vita e in un libro come questo, visto che invece tanti intellettuali di oggi sono così pieni di sé!».

E la Romagna?

«Meriterebbe una sosta un po’ più lunga… e un libro autonomo. Ma in questo viaggio posso dire di aver scoperto e di essermi confrontato con un mondo ricco di esperienze e di vitalità, con tante tracce culturali da seguire, come quelle di Pascoli, per esempio, a sua volta un grande e originale dantista, con tanti accenni danteschi nella sua poesia. E poi penso a Bagnacavallo, Bertinoro, alla chiesa di Polenta… insomma un addensarsi di cose e di personaggi, come i tanti “tiranni” che Dante cita, a cominciare proprio da Guido di Montefeltro. Il poeta lo vede come il rappresentante di una Romagna immaginaria, perduta nel passato con la sua cortesia e la sua cultura contrapposte alla violenza dei suoi tempi, una Romagna identificata tramite quel verso: “le donne e’ cavalier, li affanni e gli agi” che poi Ariosto riprende quasi testualmente. Attraversare la Romagna del resto è sentirne la vitalità che si espande dai luoghi, da città ricche di storia e di cultura assai vicine sull’asse della via Emilia, e delle quali ognuna meriterebbe una trattazione a sé».

Fra pochi mesi verrà inaugurata a Forlì in collaborazione con gli Uffizi un’altra delle grandi mostre dei Musei Dan Domenico, proprio per celebrare i 700 anni dalla morte di Dante: anche in base alle riflessioni del suo libro, non è eccessivo quindi considerare Forlì una “città dantesca”…

«Tutte le città che hanno avuto un rapporto così stretto con Dante sono “città dantesche”. La presenza di Dante a Forlì è certa e storica ed è stata fondamentale la relazione fra il poeta, all’inizio dell’esilio, e Scarpetta Ordelaffi. Ma alla fine anche queste “etichette” lasciano il tempo che trovano: Dante è di noi tutti, e appartiene al mondo intero…».

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