RIMINI. Primi anni del Novecento. Il lido di Rimini è investito da una forte ondata di rinnovamento. La stampa locale, attenta ad ogni innovazione, riferisce di alberghi, ristoranti e pubblici ritrovi che vanno sorgendo un po’ ovunque. C’è orgoglio nel parlare di questo fermento innovativo, che arricchisce la stazione balneare di strutture turistiche sempre più qualificate e fornite di personale lavorativo altamente preparato. «Vi sono camerieri che parlano francese e tedesco e che vengono dai primari ristoranti d’Europa», rilevano con legittima soddisfazione i cronisti. Ed è proprio con queste entusiasmanti prospettive, che richiamano una clientela sofisticata, danarosa e non solo italiana, che i giornali si apprestano a dare il benvenuto all’estate del 1904.
Da curiosi lettori di quei fogli, che ci tengono informati su tutto ciò che avviene all’inizio del secolo lungo la fascia di litorale, ci imbattiamo in una notizia di poche righe che esula totalmente dagli argomenti della bagnatura; uno stelloncino di poco conto, quasi insignificante, ma che ci piace riprendere e utilizzare per comporre un brano di questa rubrica di “Fatti e personaggi della cronaca riminese tra Ottocento e Novecento”.
Il poeta Carducci a Rimini
Partiamo dall’episodio che ha richiamato la nostra attenzione. La sera di giovedì 16 giugno 1904 un guasto al motore dell’automobile costringe una comitiva di quattro persone a sostare per qualche ora a Rimini per poi riprendere il viaggio di ritorno in treno. La notiziola, così desunta, non ha nulla di straordinario, anzi è di normale routine: in questo periodo le «carrozze senza cavalli» non danno molto affidamento nella meccanica; inoltre, per guidare non c’è bisogno di patente e così molti chauffeur spesso sono autisti improvvisati, che non sanno granché di pistoni, carburatore, spinterogeno e via dicendo. In circolazione per il Paese si contano appena un migliaio di vetture: siamo proprio agli albori dell’era della motorizzazione.
Quella fermata fuori programma, tuttavia, riceve l’onore della cronaca – ed è qui la singolarità della vicenda –, perché tra gli appiedati c’è un personaggio illustre, che merita riguardo: Giosuè Carducci (1835-1907). In compagnia del «grande poeta», scrittore e critico letterario si trovano i cesenati Pasolini e Trovanelli e il sindaco di Firenze Ippolito Niccolini (1848-1919).
Seppure breve e inaspettata, la presenza del letterato a Rimini è un avvenimento in grado di suscitare interesse e proprio per questa particolarità il settimanale cattolico riminese L’Ausa il 28 giugno 1904 – unico tra i periodici locali a rendersene conto – riesce con una manciata di parole a confezionare il trafiletto. E a farne un piccolo scoop, seppure limitato al semplice comunicato. Carducci è ai vertici della cultura nazionale e per molti è addirittura il Vate della nuova Italia unita: ha 69 anni ed è senatore del regno dal 1890. Dopo 44 anni di insegnamento, sofferente per una paresi che lo costringe a reggersi con il bastone, è in procinto di lasciare l’Università di Bologna per dedicarsi interamente alle sue «erudite divagazioni».
In città anche nel 1891
Divagazioni molto seguite dalla élite culturale riminese, all’interno della quale conta vari amici ed estimatori. Nel 1891, per esempio, “il professore” venne in città per consultare alcuni “codici” della Gambalunghiana. Ospite per una notte della famiglia Squassi, giungeva sabato mattina 23 maggio per recarsi in biblioteca. Allo studio dei testi faceva seguito una conversazione con il bibliotecario Carlo Tonini (1835-1907) e con il professor Attilio Tambellini. «Nel pomeriggio – riferisce Italia il 30 maggio 1891 – dopo una gita sulla ridente collina del Covignano» s’incontrava con i «direttori e i professori delle scuole secondarie». Il giorno seguente, domenica 24 maggio, c’erano le elezioni amministrative e il poeta ritornava a Bologna «a compiere il suo dovere di elettore».

Un altro contatto con la città, che purtroppo non si concluse secondo le aspettative dei riminesi, Carducci lo ebbe a un anno di distanza dall’ignobile assassinio di Luigi Ferrari (1848 – 1895). Invitato dal Municipio alla cerimonia di commemorazione dell’insigne uomo politico, il 10 giugno 1896, il Vate inviò da Bologna il seguente telegramma di partecipazione: «Grazie del pietoso invito, doveri mi ritengono qui. Il 10 sarò a Rimini col pensiero, augurando alla patria cittadini buoni e coraggiosi come Luigi Ferrari, giorni meno tristi e miseri dei presenti».
La cattedra riminese negata
Nella vita di Giosuè, la città di Rimini si era affacciata per la prima volta nel lontano 1856. Quell’anno si era resa vacante una cattedra di letteratura al ginnasio municipale. Il «valente umanista», allora ventenne, aveva fatto domanda per ottenerne la nomina. Fresco di studi – aveva da poco conseguito la laurea in filosofia e filologia nella Scuola Superiore di Pisa con una dissertazione sulla poesia cavalleresca –, non poteva vantare referenze, ma solo «vivi interessi letterari», come evidenziava nella richiesta dell’incarico. Il Consiglio comunale di Rimini, non ritenendolo idoneo, il 7 novembre 1856 gli negava il posto e così la prima esperienza didattica il giovane professore la faceva nella scuola secondaria di San Miniato al Tedesco, piccolo borgo a metà strada tra Pisa e Firenze.
Chissà se Carducci, dopo il guasto al motore dell’automobile e in attesa del treno, si sarà ricordato di quella domanda giovanile inoltrata 50 anni addietro? E che svolta avrebbe avuto la sua avventura letteraria se le cose avessero preso un’altra piega? Certo fu un appuntamento mancato per il poeta, ma soprattutto una grossa occasione persa per Rimini.

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