Giornata nazionale per la vita, il vescovo di Rimini: «No a genitori a ogni costo»

RIMINI. «L’intenzione di vita vale ma non a qualunque costo. Senza accoglienza del reale – così come esso è e non come si vorrebbe, a ogni costo, che fosse – tutto diventa possibile e nulla può essere escluso, anche il paradossale e l’inconcepibile». Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, si sofferma sul tema della fecondità nell’omelia pronunciata ieri in occasione della 42esima Giornata nazionale per la vita e per la vita consacrata. E cita come esempio il caso che ha visto il Tribunale accettare il ricorso di una coppia di donne e disposto che il Comune di Riccione proceda alla loro iscrizione all’anagrafe come genitori di due gemelli nati in Italia dopo che in una clinica europea era stata praticata la fecondazione in vitro con doppia eterologia.

«Quando l’esercizio del giudicare archivia o piega i grandi princìpi – ha detto il vescovo – , si adegua alle richieste più autoreferenziali e prende il largo dalla realtà della relazione affettiva e generativa, così come è evidente alla ragione attraverso l’esperienza della genitorialità integrale di cui la storia della civiltà umana è intrisa, si apre una breccia in cui può infiltrarsi la ‘dittatura dell’intenzione’ di diventare genitori a ogni costo. Essa prende così il posto del ‘primato dell’azione’ di essere genitori attraverso gli atti umani propri del generare e dell’educare, che non possono essere surrogati né dalla ‘medicina dei desideri’, né dal diritto creativo e neppure da un potenziale consenso mediatico”».

Aprire le porte alla vita dunque, richiama il vescovo, «indica che l’atto più espressivo con il quale l’uomo e la donna si dicono l’amore reciproco nel dono del corpo, sia orientato a generare la vita». Lambiasi ricorda così che solo l’unione tra uomo e donna, secondo il dogma della Chiesa, è fonte di vita e che «aprire le porte alla vita significa non dimenticare mai che non si è fecondi solo per una capacità biologica».

Ma nella sua omelia il vescovo ha anche affrontato un altro aspetto dell’amore fecondo, quello dei «fratelli e sorelle consacrati. E’ una fecondità diversa da quella di concepire un figlio. La capacità generatrice della sessualità non è l’unica fecondità. E come la sessualità non traduce l’amore divino quando in partenza esclude la fecondità e non si apre alla vita, così la verginità consacrata senza fecondità spirituale, senza cura amorevole della vita altrui più che della propria, sarebbe esclusione egoista dell’appello a generare vita, che il nostro stesso essere sessuati esprime e annuncia con tangibile concretezza».

«La verginità consacrata – ha puntualizzato il vescovo – non è una astinenza acida e astiosa. Né un narcisismo sterile e ripiegato. È piuttosto un amore fecondo: accogliente di tutti e aperto a tutti. Anche coloro che scelgono la vita monastica non si chiudono nei quattro metri cubi di una cella solitaria, per pensare soltanto alla salvezza dell’anima propria. Ma piuttosto, per abbracciare tutto il mondo, con un cuore malato d’amore per Gesù, il fratello buono vissuto a mani aperte e morto a braccia spalancate».

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