Giorgio Terruzzi e il racconto degli ultimi giorni di Ayrton

Parlare con Giorgio Terruzzi è come sfogliare un’enciclopedia di saggezza, memorie e concetti mai banali. Si parli di rugby, di calcio, o soprattutto di Formula Uno, la visione si apre a 360 gradi su quello che deve, anzi dovrebbe, essere il concetto di sport e competizione. Ma anche e soprattutto di rapporti umani; ecco perché Terruzzi, che a Imola è stato di casa per tanto tempo, non era qui un anno fa e non ci sarà neppure domenica prossima: «A parte che la Formula 1 è cambiata tantissimo – spiega – in tutti i sensi, in tempi di Covid non riesco ad andare in un autodromo, tanto vale guardare le corse alla televisione. Non ci sono rapporti umani, con i piloti parli solo tramite telefono, troppa la nostalgia dei giorni che precedevano il Gran Premio a Imola. Avevo come abitudine quella di dormire in albergo a Riolo Terme, non solo perché lì era tutto molto più tranquillo rispetto a Imola. La verità è che mi piaceva da morire percorrere la stradina che da Riolo portava dritto alla Rivazza, mentre i profumi dell’estate iniziavano a riempire l’aria. Vogliamo poi parlare delle trattorie notturne? Uno spettacolo, ricordo “da Franco e Colombina” piuttosto che “Naldi”, poi è chiaro che i Vip avevano il mito del “San Domenico”, però io ho sempre preferito ambienti più alla buona: mangiare bene e, quando era il caso, tirare tardi».

Suite 200

Tutt’altro ricordo, purtroppo, è legato alla maledetta domenica del 1994 che ha segnato per sempre la storia di Imola ma anche della F1 in generale. Nel suo libro Suite 200, uscito nel 2014, Terruzzi ripercorre nell’ultimo capitolo il weekend di
Ayrton Senna, dal sabato drammatico della morte di Ratzenberger all’atmosfera cupa, quasi un presagio, che regnava all’Hotel Castello, dove appunto dormivano proprio il giornalista lombardo ed il campionissimo brasiliano, colui che con ogni probabilità può essere considerato il più grande campione della storia della Formula Uno. Anzi, senza neppure discutere, anche se traslando la questione in ambito calcistico non finirà mai la querelle tra chi elegge Pelè e chi invece Maradona ai vertici di tutti i tempi, chiamando a testimoniare l’impossibilità di confrontare fenomeni di epoche diverse. «Quando penso al Gran Premio di Imola penso soprattutto a tre persone. La prima, naturalmente, è Ayrton Senna, perché era un amico e non lo dimentico, quello della sua morte fu senza alcun dubbio il week-end più tremendo della mia vita professionale. Un altro caro amico che lego ad Imola poi è Gerhard Berger, lui rischiò di morire qualche anno prima e nello stesso punto di Senna, ma per fortuna gli andò bene. Infine, certamente Michael Schumacher, perché Imola fu il suo feudo per anni, se non sbaglio vinse anche il giorno dopo la morte della madre e andò sul podio in lacrime».

Il fatto che il circuito di Imola non possa essere come tutti gli altri è testimoniato anche dal suo albo d’oro: l’ultimo a vincere qui prima dello stop fu Schumacher, il primo a trionfare quando tornò nel “Circus”, proprio un anno fa, Lewis Hamilton. Nomi per niente banali nella storia eterna della Formula Uno: «Beh, stiamo comunque parlando di campioni che hanno vinto per tanti anni ed in tutti i circuiti, trovarli nella storia di Imola è abbastanza naturale. Comunque è bello che Imola sia tornata nella storia del Mondiale con i nomi di due fuoriclasse assoluti».

L’urlo della folla

Terruzzi sfoglia l’album dei ricordi e trova un altro episodio discretamente significativo: «Era il 1983, davanti c’era Riccardo Patrese, italiano e quindi meritevole del tifo delle tribune. Eppure, quando uscì di pista e spianò la strada per la vittoria della Ferrari e di Patrick Tambay, il boato della folla fu incredibile. Un bel personaggio, Tambay. Se debbo però passare all’attualità dico che per me Alonso ormai è l’ultimo dei Mohicani: un pilota old style, ruspante, gradevole e tanto simpatico».

Da Tambay a Leclerc, ancora Francia e Ferrari anche se il ferrarista attuale in realtà ha origini monegasche: «Leclerc ha qualche tratto di Senna, perché dietro il volto da bravo ragazzo si nasconde una ferocia da agonista, è un animale da competizione. Nella Formula 1 attuale apprezzo i rarissimi casi di piloti estroversi, quelli che sono ancora disposti a sorridere dei propri privilegi e della propria fortuna: parlo in particolare di Ricciardo e Norris».

Uno che può avere la faccia del grande emergente, infine, è Tsunoda: «E’ presto per giudicarlo, per ora posso dire che dopo tanti giapponesi non proprio eccezionali lui sembra finalmente uno forte. L’unico suo connazionale che voglio ricordare è Katayama, un tipo originale che infatti, dopo le auto, si è dedicato alle scalate. Ma non roba normale, lui si arrampica solo sugli 8000 metri, in giro per il mondo».

Prima di chiudere l’enciclopedia, una domanda tanto facile quanto a fondo perduto: c’è un altro Ayrton Senna all’orizzonte? Un sospiro: «Difficile, anzi impossibile intravedere un nuovo Senna sullo sfondo quanto a capacità oggettive. Però, accontentandoci solo di un parallelo caratteriale, le cose potrebbero anche cambiare». A patto che, se proprio dovesse spuntare, a raccontarcelo sia di nuovo Giorgio Terruzzi.

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