Giancarlo Cerasoli e l’arte nelle “grazie ricevute”


CESENA. Tra lo straordinario e il quotidiano, testimonianze di fede e arte e forma di narrazione popolare, le tavolette degli ex voto sono quello che Angelo Turchini ha definito: «un pezzo della storia d’Italia che non è mai stata fatta, una storia non scritta (almeno nei termini usuali), che non si conosce».
Giancarlo Cerasoli, pediatra cesenate e storico della medicina, ha sviluppato nel tempo la sua attenzione sul valore storico e antropologico degli ex voto come «finestre aperte sulla vita quotidiana del passato».
Frutto recente delle sua ampia messe di ricerche il volume “Storie dipinte di grazie ricevute” (Biblioteca Clueb, Bologna, 2020, euro 28), con molte illustrazioni anche degli ex voto conservati in santuari e raccolte private della Romagna.
Cerasoli, come è nato il suo interesse per lo studio degli ex voto?
«Nel 1996, in preparazione del convegno che si tenne a Cesena per i 700 anni dalla fondazione delle istituzioni sanitarie cittadine, esaminai le tavolette votive conservate all’Abbazia del Monte per cercarvi quelle che riguardavano la guarigione da malattie. Mi colpì la loro quantità e, soprattutto, la dimensione individuale presente in ciascuna di esse. Ognuno vi racconta la propria storia facendola rappresentare al pittore dentro una precisa serie di convenzioni (artistiche, simboliche, religiose) che però non ne riducono mai il valore di testimonianza autentica e singolare. Una fonte che permette di far luce soprattutto sulla mentalità di chi aveva commissionato il dipinto votivo e sul suo vissuto di malattia».
Perché i dipinti votivi appaiono preziose testimonianze di vita materiale oltre che devozionale?
«Angelo Turchini ha usato una bella metafora per descrivere i dipinti votivi: sono come le finestre aperte di una casa attraverso le quali è possibile vedere lo svolgersi della vita quotidiana di chi la abita. Se ci pensiamo sono proprio come le antiche Polaroid che catturavano l’istante. Nelle scene dipinte c’è la vita “materiale” quotidiana con gli abiti indossati, i mobili, i mezzi di trasporto, ma anche gli atti e le consuetudini legate al lavoro, al tempo libero, alla religiosità e a tante altre evenienze. Si tratta, come ha insegnato Carlo Ginzburg, di una microstoria che difficilmente trova spazio nei documenti ufficiali se non nelle deposizioni processuali dove dai verbali degli interrogatori riverbera la vita quotidiana degli “umili”».
In che modo gli storici dell’arte hanno posto in luce anche il loro valore pittorico?
«Federico Zeri scrisse che le tavolette votive sono “la cappella Sistina dei poveri” perché le pareti di molti santuari erano letteralmente tappezzate di ex voto donati anche da coloro che ricchi non erano e non avevano la possibilità di commissionare pale d’altare a pittori di fama. Guardandoli con la lente dello storico dell’arte, come ha fatto Franco Faranda per quelli presenti all’Abbazia del Monte, è possibile riconoscere le “maniere” diverse usate dai pittori e scoprirvi anche autori eccelsi accanto ad autodidatti. È inoltre probabile che vicino a grandi santuari, come a Cesena, vi fossero botteghe specializzate nella realizzazione di tavolette votive».
Quanto è importante per lo studioso poter contare su raccolte numerose come quelle conservate in Romagna?
«Per chi voglia studiare i dipinti votivi è necessario poterli vedere da vicino. La Romagna, per questo aspetto, è un grande contenitore di ex voto, disseminati in santuari, musei diocesani, collezioni private e altri luoghi. Si tratta di alcune migliaia di dipinti e per molte collezioni sono a disposizione accurati cataloghi. Sarebbe utile pubblicare una guida che consenta facilmente a chi è interessato di conoscere meglio dove sono queste collezioni, cosa contengono e come leggere questi dipinti».

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