Quando ha fondato i Litfiba nel 1980, gruppo epocale del rock e della new wave italiana, Ghigo Renzulli aveva già una carriera alle spalle, con i Cafè Caracas (in cui figurava anche Raffaello Riefoli, poi diventato famoso come Raf) e con varie esperienze nella Londra punk di fine anni ’70. Il chitarrista era quindi la quota d’esperienza del quintetto toscano guidato da Piero Pelù, che è stato il gruppo più importante di quell’epoca.

La storia artistica di Renzulli sarà celebrata domenica 4 ottobre a Faenza nell’ambito del Meeting delle etichette indipendenti, che gli consegnerà un premio alla carriera.

«Non è il primo e non sarà l’ultimo – ci dice –, ma mi fa molto piacere perché segna quarant’anni di musica, quarant’anni di vita; ne ho presi tanti coi Litfiba, ma questo è il mio personale. Sono pronto per i prossimi quarant’anni, di ottimo umore ed estremamente positivo».

Renzulli, lei nell’occasione presenterà due lavori che la vedono coinvolto: il primo è il suo disco di prossima uscita: “No vox”.

«Tengo a precisare che, pur essendo il mio nuovo progetto solista, i Litfiba esistono sempre, parallelamente. Ci ho lavorato tre anni perché fare un disco solo strumentale non è facile; non volevo che suonasse come un album solista, ma come un’incisione orchestrale, collettiva, quindi ha richiesto molto lavoro. Sono riuscito a masterizzarlo in America, a Nashville, cosa a cui tenevo, ed è già pronto; aspetto solo il momento propizio per pubblicarlo».

Tra le ispirazioni del disco c’è la colonna sonora del film “Pirati dei Caraibi”; cos’altro?

«Ci sono undici brani, di cui otto inediti e tre rivisitazioni in chiave mia personale di colonne sonore. Quella della trilogia “Pirati dei Caraibi” di Hans Zimmer nell’originale era orchestrale, di impostazione classica, mentre io l’ho fatta con chitarra e sintetizzatore. Delle altre due non ho ancora mai parlato, ma vi anticipo ora che un’altra è di Vangelis, per il film “1492 la conquista del paradiso”».

Quando la pandemia lo consentirà, porterà “No vox” su un palco?

«Lo slogan di questo progetto è “la voce degli strumenti”, è quando sarà possibile farne una versione dal vivo, vorrei che comprendesse anche arti visuali, danza e poesia. Il posto migliore per fare questo è il teatro, quindi il suo sbocco sarà quello, e vorrei con me giovani musicisti e strumenti acustici classici come violini e violoncelli, oltre alla chitarra e all’elettronica».

Il secondo lavoro che la vede coinvolto, di cui parlerà a Faenza, è il libro di Bruno Casini “New wave a Firenze. Anni in movimento”, che racconta la scena degli anni ’80, che la vide grande protagonista. Lei in che modo è presente nel libro?

«Ho rilasciato una lunghissima intervista a Bruno Casini, amico da una vita, e che fu il primo manager dei Litfiba; come me hanno fatto altri, tra cui Federico Fiumani (fondatore di un altro dei gruppi di punta di quella scena, i Diaframma, ndr)».

Cosa ricorda di quella stagione?

«Sono stati anni importantissimi; io ho vissuto artisticamente anche il decennio precedente, che a Firenze era la morte assoluta, musicalmente parlando. Quando ci sono tornato dopo due anni vissuti a Londra, in epoca post-punk, Firenze era cambiata tanto da non farmi rimpiangere Londra. La new wave è stato un grande movimento popolare che ha mosso molte città, principalmente Firenze e Bologna, ma, mentre nella prima molti gruppi sono ancora vivi e in attività, a Bologna purtroppo band come Gaznevada e Skiantos non esistono più».

Tornando ai giorni nostri, lei è molto critico riguardo Internet e i computer che dominano questi tempi.

«Mi dispiace dirlo, ma avendo vissuto quarant’anni di musica devo osservare che il computer è una bella cosa, ma uniforma le menti. Anch’io lo uso: quando ho una curiosità vado subito su Wikipedia a documentarmi, ma mi rendo conto che questo genera un pensiero unico. Quello che è scritto in rete diventa la verità e tutti pensano nello stesso modo, soffocando l’individualità. I grandi movimenti del passato, come il rock’n’roll, il ’68, il punk e la new wave, sono stati cambiamenti epocali nella musica, nell’arte, nella moda, nel costume, nati da rivolte giovanili. Oggi fatico a vedere la volontà dei giovani di rischiare sulla propria pelle per trovare strade nuove; si tende all’uniformità».

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