Ghemon al Beky Bay di Igea Marina

«Arrivati sulla nostra personale cima poi si vive feriti e contenti». Parola di Gianluca Picariello in arte Ghemon. “E vissero feriti e contenti” è anche il suo settimo disco (Carosello Records / Artist First), sintesi eccellente tra conscius rap e cantautorato, da cui è estratto il singolo “Momento perfetto” che l’artista di origini irpine, classe 1982, ha presentato al Festival di Sanremo 2021. Attualmente alle prese con il tour omonimo, Ghemon salirà sul palco del Beky Bay di Bellaria questa sera dalle ore 21.

Ghemon come è riuscito a conquistare il pubblico di Sanremo con un brano non propriamente sanremese diverso anche dalla sua produzione passata?

«Probabilmente bisogna avere il coraggio, tra virgolette, di non ripetersi e l’onestà di non rifare una cosa uguale a se stessa solo perché funziona. L’onestà ripaga sempre. Non avrei potuto portare niente di diverso da quello che ho portato e che mi rispecchia totalmente in questo preciso momento».

È stato difficile allontanarsi da un percorso artistico già tracciato?

«È sempre difficile buttarsi in qualcosa di nuovo, ma non saprei cos’altro fare. Non faccio nient’altro rispetto a quello che mi sento».

C’è comunque una sorta di continuità tra i suoi album precedenti e i più recenti?

«La continuità va mantenuta. Cambi territori musicali, cambi aspetto, ma c’è sempre bisogno di una bussola. E la continuità è data da quel fil rouge che descrive come sono».

“Feriti e contenti”, perché si può essere felici solo dopo aver accettato le proprie ferite?

«È una bella chiave di lettura a cui nessuno mi aveva mai fatto pensare. In realtà ho imparato che si può essere felici nonostante le ferite che inevitabilmente fanno parte della vita. Alcune non si possono evitare, alcune si superano, altre restano più aperte, ma l’umanità ha questo grande spirito di adattamento per cui riesce a superare le difficoltà».

Lo definirebbe un disco più felice, più positivo rispetto ai suoi lavori passati?

«Lo definirei più centrato oltre che più felice. Sapere di aver attraversato momenti difficili e di essere riuscito a superarli ti dà una maggiore consapevolezza, una maggiore forza».

Come è riuscito a toccare le corde più profonde del suo pubblico che la segue da sempre?

«Credo che la sincerità sia la chiave. Ho iniziato con il rap, l’arte della parola attraverso la quale avrei potuto crearmi un costume da Supereroe molto fumettistico, inventare una vita che non avevo. Ho preferito raccontare sempre la verità, quello che sentivo».

Nei suoi pezzi ha la capacità di mostrarsi per come è, di esporsi completamente, d’altra parte però è anche una persona molto riservata. Come si conciliano queste due anime differenti?

«Non si conciliano (ride). Sono una persona molto riservata e questo il pubblico lo sa. Nel momento in cui, attraverso le canzoni, la mia vita privata viene invasa, so che viene invasa da persone che mi capiscono».

Cosa significa sentirsi in cima e come ha capito di esserci arrivato?

«Mi sembra sempre che ci sia una montagna da scalare, sono fatto così di indole. Ci sono però dei momenti nella vita in cui ci si ferma, si guarda giù e ci si dice: beh guarda che bel panorama si vede da qui. Succede in poche occasioni, soprattutto dopo aver superato delle difficoltà, ti accorgi di aver avuto la forza di andare avanti e di essere salito fino in cima».

A livello di suoni in questo album ci sono tante novità mai sentite in italia. Come è riuscito a creare un disco così variegato e completo?

«Oltre al musicista c’è l’ascoltatore, una parte di me sempre viva, sempre curiosa. Mi piace buttarmi in qualcosa di nuovo e sperimentare. Mi piace masticare un genere e da lì creare qualcosa di mio, mi diverte».

Nel 2020, ha pubblicato anche il suo sesto disco “Scritto nelle stelle”, il periodo di lockdown per lei è stato prolifico.

«Il lockdown mi ha riportato a quando tutto manca, allo zero totale. Mi sono detto: ho solo una cosa che posso fare e che mi va di fare. La musica è la mia vita».

Che cosa si aspetta adesso?

«Di essere capito».

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