Gli uccidono i genitori in Nigeria: seconda vita a Rimini

La sua è una storia di dolore. Grande. Immenso. Come può provocarlo solo la morte di una mamma e di un papà. I suoi. Soprattutto se hai appena 14 anni e per quella maledetta guerra hai già perso un occhio. Ma quella di Sunday è anche una storia di coraggio. Di speranza. Di rinascita. Quella che gli ha regalato l’Italia. Dalla Sicilia all’Emilia Romagna. Da Bologna a Cattolica passando per Villa Verucchio e adesso Rimini. Dove ha incontrato una nuova famiglia pronta ad accoglierlo e a ospitarlo in attesa che possa ritrovare la sua indipendenza. Oggi, Sunday, ha 28 anni, il permesso di soggiorno e un impiego come operaio presso una fabbrica. Anzi, a settimane dovrebbe addirittura firmare il suo primo contratto a tempo indeterminato. Il datore di lavoro è contentissimo: dice che è un ragazzo che lavora con grande dedizione e grande voglia. Incontriamo Sunday nella sua nuova casa. Ad attenderci c’è Edda, la sua mamma pro tempore. Papà Riccardo è su, al primo piano, a sbrigare alcune faccende. Giusto il tempo di sederci, metterci a distanza da Covid, che Sunday fa capolino. Passo lento, scende le scale, gradino dopo gradino. Indossa una felpa marrone e un paio di pantaloni della tuta.

«Guarda, mettiti lì – gli dice Edda – così siamo talmente distanziati che possiamo toglierci anche le mascherine». Sunday si sposta, fa qualche passo più in là e poi si siede. Ci presentiamo. Gli racconto il perché sono lì e lui sorride e ringrazia. Poi, però, quando inizia a parlare della sua storia, il volto si irrigidisce, il sorriso piano piano si spegne e dal suo tono di voce si vive il dolore. Quello vero. Quello che ti segna.

«La mia storia inizia il 7 settembre 1993 a Ugbor, una cittadina della Nigeria – dice con un italiano ancora allo stato elementare –. Purtroppo ho conosciuto subito il dramma della guerra. I miei genitori mi hanno raccontato che quando avevo pochi mesi, un soldato, mi ha ferito all’occhio sinistro rendendomi cieco. La mia famiglia essendo cattolica è sempre stata (guarda Edda per capire se il tempo del verbo è giusto, ndr) mal vista. I soldati venivano spesso a casa ed erano momenti terribili. Tanto che un giorno, mio padre e mia madre, mi consegnarono mia sorella: «Andate via! Scappate e vivete felici la vostra vita» ci dissero. Io avevo 14 anni appena. Non volevo andarmene. Non volevo lasciarli. Ci provammo, ma dopo pochi giorni tornammo a casa».

Genitori uccisi

E lì accadde una cosa che Sunday non dimenticherà mai. «Quando aprimmo la porta trovammo i nostri genitori senza vita. Morti. Uccisi. Furono giorni terribili. Non sapevo cosa fare. Dove andare. Finché abbiamo trovato aiuto grazie a una famiglia dove ora abita mia sorella».

Gli anni passano. Sunday trova anche un lavoro poi, però, la guerra torna prepotentemente a incidere sulla sua vita. E allora decide di scappare.

«Lasciare mia sorella è stato devastante, ma non potevo far altro. Per me e per lei. Con i pochi soldi che avevo sono salito su un pullman che ha attraversato tutto il deserto. Un viaggio lungo. Complicato. Guardavo i volti delle altre persone e ci vedevo solo paura, ma anche speranza. Siamo arrivati così in Libia dove ho tentato di salire su un barcone, ma dopo poche miglia ci hanno fermato. Quando siamo tornati sulla terra ferma, mi hanno sbattuto in prigione per un mese. Pensavo a mia sorella che non aveva mie notizie. Non sapeva che fine avessi fatto. Fortunatamente sono riuscito a restare in vita e quando sono uscito ho anche trovato un lavoro».

Il viaggio

Sunday nel frattempo compie 24 anni e un giorno, il suo capo, gli offre una seconda possibilità: «Facciamo così – gli dice – i soldi che ti dovrei, li tengo. Però ti trovo un posto su una barca che partirà per l’Italia». Sunday accetta e dopo pochi giorni sale sull’imbarcazione.

«Eravamo in più di cento. C’erano giovani, anziani, donne e bambini. Tutti con la speranza di arrivare in Sicilia vivi perché sapevamo che una volta lì, le nostre vite sarebbero potuto prendere…».

«Sunday, il verbo!» interviene Edda sorridendo.

«Avrebbero?» mi guarda per essere rassicurato.

«Avrebbero potuto prendere (ride) un’altra via». E così è stato.

«Il viaggio in mare è durato poco perché ci ha intercettato subito la Guardia Costiera italiana. Ci hanno fatto sbarcare in Sicilia. La sera stessa, io e altre persone, siamo stati mandati a Bologna dove c’è un grande centro di accoglienza. Da lì mi hanno portato a Cattolica dove ho iniziato la mia seconda vita».

Sunday si ferma, gli occhi si inumidiscono. Un respiro e riparte.

«Ho iniziato un progetto Sprar, nel frattempo ho fatto domanda per il permesso di soggiorno. Ho lavorato e sono stato accolto da una famiglia vicino la Grotta Rossa. Poi sono andato a Villa Verucchio dove ho fatto il servizio civile. Nel frattempo mi è arrivato il permesso di soggiorno grazie al quale, lo scorso anno, ho lavorato in un ristorante come lavapiatti. Poi, grazie a un’amica di Edda, ho trovato lavoro in una fabbrica vicino all’aeroporto dove tra poco firmerò il mio primo contratto di lavoro e potrò davvero iniziare a vivere nuovamente».

Nel frattempo Edda e Riccardo lo hanno accolto nella loro casa.

«Questa amica ci ha chiesto se conoscevamo qualcuno che potesse ospitare Sunday perché arrivare a Miramare, in bici, da Villa Verucchio, era stancante. Con Riccardo è stato sufficiente uno sguardo per aprirgli la nostra porta. In passato abbiamo già ospitato giovani bisognosi. Grazie all’aiuto di un gruppo di amiche stiamo aiutando anche sua sorella a continuare gli studi perché in Nigeria, le scuole, sono tutte private e hanno costi esorbitanti. Adesso stiamo cercando di trovargli un piccolo appartamento perché vorrebbe aiutare un suo amico con il quale ha già vissuto sotto lo stesso tetto. Lui sa che qui da noi può rimanerci quanto vuole, ma ha forte questo desiderio ed è anche giusto che inizi a vivere la sua vita. Anzi, se qualcuno avesse uno spazio da affittare ci contatti».

«Sunday – lo chiama dalla cucina Riccardo – vieni a darmi una mano che c’è da guardare i carciofi».

Sunday si alza, saluta e si dirige in cucina. Sapendo che la vita gli ha regalato un’altra possibilità.

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