Gemma, Beatrice, Francesca: Lella Costa e le donne di Dante

Prima la collina, poi il mare. L’estate di Lella Costa, attrice amata che debuttò al Petrella di Longiano già nel 1988, fa tappa ancora una volta in questa terra che l’ha accolta sempre a braccia aperte. Così stasera, 29 giugno, alle 21.30 è di scena nella piazza Matteotti di Sogliano; venerdì 9 luglio è a Cesenatico per Ribaltamarea. Lella ricambia l’affezionato pubblico offrendo un testo nuovo di zecca (ha debuttato sabato a Chiasso) che omaggia il sommo poeta. È “Intelletto d’amore. Dante e le donne” in cui racconta l’Alighieri con punto di vista femminile, attraverso 4 donne. Lella Costa lo fa con quello stile narrativo che la accompagna sin dagli esordi, che si allarga a riflessioni sul presente legandosi a elementi storici. Per “Intelletto d’amore” rinnova la collaborazione con Gabriele Vacis (ex Teatro Settimo) avviata nel 1996 con “Stanca di guerra” e proseguita con “Un’altra storia”, “Precise parole”, “Traviata”. Vacis ha scritto con Costa il testo, e la guida nella narrazione, dice il regista, «delle protagoniste della vita artistica e privata del poeta, tra gioco e ironia, tenendosi sempre fedele al vero storico e alla larga dalla parodia».

Anche lei Lella ha sentito la spinta di omaggiare il nostro poeta?

«Inizialmente a me e a Vacis sembrava che di celebrazioni dantesche ce ne fossero fin troppe! È stata la Rsi, Radiotelevisione Svizzera Italiana, a commissionarci il lavoro e a coprodurlo riprendendo lo spettacolo e realizzando 4 podcast. La proposta ci ha spinto a una lettura della Commedia dal punto di vista delle donne, spaziando anche su temi diversi legati al femminile, pure esprimendo con rigore i frammenti danteschi».

Su quali donne si è orientata la scelta?

«Sulla moglie Gemma Donati, su Francesca da Rimini, su Taide già protagonista della commedia di Terenzio (“Eunuchus” 161 a.C.) e ovviamente su Beatrice. Gemma Donati ad esempio fa un discorso divertente, e non del tutto ingiustificato; essere cioè coautrice di “La vita nova” e “Le rime” dantesche. Commentando che “la Commedia è un canto d’amore per tutto, l’amore per Dio e quello per gli uomini, le donne e tutte le creature, l’unica che non viene mai nominata sono io e i figli poco poco”. Così quando leggo “Donne ch’avete intelletto d’amore” (rime della “Vita nuova” XIV), ti viene da pensare se tale sensibilità, grazia, delicatezza non siano cose proprie di donne. E comunque Dante si rivolge alle donne, anche quando dice: solo con le donne posso parlare d’amore, con Guido e Lapo si va a fare gli scemi in giro per mare (“per mare andasse al voler vostro e mio”). Per questo possiamo dire che la Commedia ci appartiene perché è stata scritta da noi e per noi».

Cosa sottolinea delle altre tre protagoniste?

«Di Francesca faccio mia l’idea di Vacis; e cioè che in fondo la situazione che vive nel famoso V canto dell’Inferno non sia così infelice, perché “c’abbiamo la tramontana che ci rinfresca, che a me mi viene in mente il garbino delle mie parti, appiccicati nudi per l’eternità”. Ci permette di parlare dell’amore anche sensuale e carnale di cui è intriso il parlare di Francesca. Di Taide sottolineiamo l’abbaglio di Dante di inserirla fra gli adulatori nelle Malebolge. In realtà lei mente solo perché voleva liberare la ragazza schiava donatale. Per Beatrice invece mi soffermo sulla casualità del nome del primo amore; nome che per Dante rimane quello della ragazzina amata all’età di 9 anni, “è il nome che si dà nel momento in cui si scopre di innamorarsi”, per Dante è stato Beatrice. In questo caso citiamo anche Conrad, Morante fino a “Stand by me”».

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