Garattoni e la centralità di Savignano nel’800

Cronache della Romagna, dice il sottotitolo: da Napoleone che sosta in trattoria alle visite papali, dalle sfortunate vicende coniugali di Costanza Monti Perticari a Garibaldi prima fuggiasco in ritirata e poi accolto trionfalmente, dall’uccisione di Ruggero Pascoli alle delittuose imprese del Passatore… E il divampare di epidemie, lo scoppio di insurrezioni e gli interventi repressivi, la generosa partecipazione che fu di tanti a guerre e moti risorgimentali come pure gli intrecci politico affaristici connessi allo sviluppo economico e urbanistico di fine secolo.

È il nuovo, amplissimo quadro storico tratteggiato con estrema attenzione per la narrazione di fatti e personaggi, attingendo alla ricca cornucopia delle fonti d’archivio, dei memoriali, di gazzette d’epoca, dallo storico Roberto Garattoni per Pazzini in “Savignano Ottocento. Un borgo sul Rubicone nel suo secolo più lungo”.

Garattoni, perché tra cronaca e storia ha voluto marcare la centralità dell’Ottocento come stagione cruciale per Savignano e la Romagna?

«Ho inteso l’Ottocento come il secolo su cui ci sarebbe da ricercare e scrivere più a lungo, in quanto denso, profondo, importante. Questo anche data la copiosità delle fonti documentali e nonostante il vuoto lasciato da altre fonti, che dobbiamo credere altrettanto copiose, ma purtroppo disperse, come l’importante archivio Vendemini».

Quali memorie ha lasciato il passaggio di molti uomini illustri, da Napoleone a Murat, da Garibaldi a Umberto I?

«Se intende le tracce lasciate nei documenti dalle grandi figure in transito o in sosta a Savignano, direi soltanto fuggevoli cenni nelle lettere di testimoni, nelle cronache di città vicine, in qualche corrispondenza di giornali d’epoca. I transiti raccontati in diretta dai nostri cronisti sono quello di papa Pio IX nel 1857 e quell’altro di re Umberto I nel 1888. Queste figure, e le altre che lei cita, hanno lasciato invece molta materia di racconto e rievocazione ai raccoglitori di memorie tramandate, principalmente Gino Vendemini e in sottordine più di recente (con tendenza a romanzare i fatti, ormai molto lontani) Dario Mazzotti».

In che maniera l’intensa vita culturale assunse un ruolo di guida e orientamento della vita sociale e politica?

«Indubbiamente, espressa principalmente nell’attività della sua Accademia (dalle alterne fortune), la vita culturale e letteraria ha orientato gli spiriti migliori verso i principi del rinnovamento delle istituzioni e della emancipazione politica. Tuttavia gli ideali del Risorgimento, la cospirazione e l’impegno combattentistico, derivarono esclusivamente dai circoli politici, dapprima segretamente e poi apertamente di credo mazziniano, e dal trascinante esempio di isolate figure e famiglie come i Montesi, i Manzi, i Vendemini, i Ceccarelli».

Cosa ci hanno lasciato i savignanesi che furono attivi in campo artistico come nella prima pionieristica fase della storia della fotografia?

«Memorie di luoghi spesso soggetti a trasformazioni, a sparizioni addirittura avvenute di lì a poco (vedi la porta monumentale del castello dalla parte di tramontana, o Porta del ponte; vedi il vecchio mulino della fossa). Memorie di coloro che furono protagonisti anche di rilievo della storia e della cultura locale (vedi in pittura il “famedio” dei Filopatridi, così come in fotografia la rassegna dei ritratti dei combattenti nelle guerre di indipendenza). Un caso del tutto speciale è l’illustrazione di una antica, presunta memoria come il passaggio di Cesare al Rubicone nel notissimo sipario del teatro, dipinto da Antonio Mosconi, pittore e scenografo. Così come nel caso dei fotografi Trevisani (il più anziano Luigi e poi il “riminese” Ruggero), al di là degli aspetti commerciali e di mestiere, anche l’opera di Mosconi ebbe qualità e ambizioni d’arte. Le memorie savignanesi illustrate da questo gruppo di artisti seppero ispirarsi al “vedutismo” pittorico e teatrale del faentino Romolo Liverani, come al “documentarismo” fotografico alla Alinari».

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