“Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.” In quella campagna elettorale per le politiche della primavera del 2001, nelle decine di incontri che svolgemmo assieme in tutta la provincia, Sergio amava ricordare la splendida frase di Don Milani. La citazione di “Lettera ad una professoressa” dava senso e pregnanza a quell’impegno che lo vedeva per la prima volta cimentarsi in un confronto elettorale, lui che aveva sempre amato la politica, ma l’aveva vissuta, nelle varie stagioni della sua vita, soprattutto come un rigoroso e straordinario impegno culturale di rappresentazione della società italiana.
Un paradosso. Eravamo una strana coppia, il sessantottino ero io che invece mi occupavo di aridi numeri e di provvedimenti normativi per lavoratori e categorie economiche, il respiro, l’afflato che interpretano l’identità di una comunità, le sue speranze, la sua coesione, ce li metteva lui, con quell’amore dolce e tenace per Rimini che non lo ha mai abbandonato. Sergio Zavoli, per i riminesi della mia generazione è sempre stato qualcosa che assomigliava ad un mito, ma anche un motivo di profondo orgoglio e, per chi aveva la possibilità di frequentarlo, un punto di riferimento cui potere attingere per allargare la mente. La nostra conoscenza si era consolidata nei primi anni ’90 quando Sergio era Presidente di San Marino RTV ed io ero componente di quel CdA. Oggi sembra di parlare del medioevo e di una cosa da poco, ma al grande Sergio non era stata certo proposta una sinecura, bensì una nuova sfida che invece fu una delusione. Non c’era ancora stata la pax televisiva. La Rai e una parte della politica italiana intendevano combattere per non lasciare il monopolio della TV privata a Berlusconi e San Marino RTV, a guida Zavoli, avrebbe dovuto essere il primo tassello di questa competizione, che aveva l’ambizione di non appiattire la presenza del privato in una chiave esclusivamente commerciale. Le cose, come è noto, andarono diversamente, si intrecciarono con l’esplodere di tangentopoli e l’ascesa di Berlusconi. Quel progetto ambizioso, che avrebbe fatto del nostro territorio un importante laboratorio di produzione culturale, non riuscì così a fare neppure i primi passi.
E tuttavia ritengo che un piccolo segno nelle scelte di Sergio quella vicenda lo abbia lasciato. Credo che l’amore per la televisione e per il giornalismo di qualità, che vedeva indissolubilmente legati alla più importante industria culturale del paese, rappresentata dalla RAI, proprio in quegli anni tumultuosi di decisioni difficili, lo abbia portato a sciogliere il nodo del suo rapporto con il craxismo in una chiave di sinistra che lo allontanò dalle scelte compiute dalla maggior parte del gruppo dirigente del PSI.
Sergio non rinnegò mai la sua esperienza socialista, né la grande carica innovativa e di modernizzazione rappresentata dalla stagione craxiana, né fu mai tenero con l’incapacità del PCI di trasformarsi compiutamente in un partito riformista e tuttavia, di fronte alla fine della divisione del mondo in due blocchi contrapposti, capì, prima di altri, che poteva aprirsi una nuova stagione per la repubblica italiana, una stagione fatta di alternanza e di democrazia compiuta, nel quale il suo posto sarebbe stato dove sempre aveva battuto il suo cuore: a sinistra.
Quando, nell’estate del 2000, gli affacciai l’idea di candidarsi per l’Ulivo nel seggio della Camera di Rimini Nord, che era stato di Nino Andreatta, dovetti insistere non poco. Non era certo un distacco snobistico nei confronti della politica, il suo nome tra l’altro era ricorso e sarebbe tornato a ricorrere per un incarico ministeriale nei governi tecnici che erano stati posti alla guida del paese dopo tangentopoli.
La buona politica gli piaceva ed era davvero convinto che la pretesa di cavarsela da soli fosse figlia dell’avarizia, dubitava invece che avrebbe potuto essere un buon parlamentare così inevitabilmente schiacciato in una realtà tutto sommato periferica come quella di Rimini. Alla fine credo di avere usato gli argomenti giusti, principalmente l’idea che se io potevo pragmaticamente occuparmi della bassa cucina, le nostre città avevano disperatamente bisogno di una voce autorevole e prestigiosa che potesse promuovere, ai massimi livelli, le scelte davvero importanti per il nostro territorio e che nessuno avrebbe potuto farlo meglio di lui.
Mi diede una mano Walter Veltroni che, appena lo misi a parte della mia idea, ne fu entusiasta. Né fu difficile convincere la federazione dei DS che da troppi anni sopportava sul territorio provinciale candidati di centro sinistra degnissimi, ma paracadutati da realtà estranee. Sergio mi pose una sola condizione, quella di essere candidato al seggio senatoriale, che in quella legislatura avevo ricoperto io. Lo considerava più consono alla sua esperienza e, lo diceva scherzando, ma non troppo, alla sua età. Così io trasferii la mia candidatura alla Camera e costituimmo quella strana coppia che dopo una campagna capillare ed estenuante, ma decisamente esaltante, ottenne ottimi ed insperati risultati elettorali. Abbiamo continuato a lavorare assieme negli anni successivi e ritengo che l’esperienza parlamentare abbia contribuito a fare avvertire alla comunità riminese quanto fosse importante Sergio nella definizione della propria identità, nel dare un orizzonte comune alla buona politica. Continuo a ricordare tutte le volte che l’ho cercato per fare quella telefonata, per chiedere quell’incontro che un anonimo parlamentare di provincia non avrebbe potuto ottenere e che nessuno avrebbe invece potuto negare al grande Sergio Zavoli. Ricordo la sua insistenza pignola per conoscere tutti i risvolti delle questioni che gli sottoponevo, la generosità di coinvolgermi sempre anche con gli interlocutori più importanti.
Ciao Sergio, ora torna da noi, insieme a Federico, la buona politica non è morta. Anche da questa crisi tremenda, lo sai, ne sortiremo assieme.

*ex parlamentare

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