RIMINI. Una stanza di ospedale, un manicomio. Pareti verde acido e bianco. Un grande specchio, un letto e accanto una sedia a rotelle rossa. Solitudini e incubi. Fantasmi e visioni oscure.
Si muovono tra queste mura glaciali, tra le apparenze di personaggi dalle molteplici identità, i protagonisti del “Riccardo III” di Shakespeare, riadattato da Francesco Niccolini, in scena questa sera al teatro Galli (turno D-Altri percorsi). Testo originale, ma rilettura contemporanea, che i registi-attori Enzo Vetrano e Stefano Randisi conducono verso gli abissi profondi della follia.
Uno dei personaggi più crudeli ed efferati nati dall’immaginazione del drammaturgo inglese si fonde e si confonde, infatti, con uno dei più conosciuti protagonisti della cronaca francese degli anni ’90: il pluriomicida Jean-Claude Romand. Dal Quattrocento al XX secolo sul filo della pazzia. Storie dominate dalla stessa volontà di potere, dalla medesima alienazione che si macchierà di sangue e deliri.
«Abbiamo voluto avvicinare la terribile trama del “Riccardo III” alle uccisioni perpetrate da Romand venticinque anni fa, raccontate successivamente dallo scrittore Emmanuel Carrère nel libro “L’avversario” – spiega Enzo Vetrano –. La sua vicenda sconvolse l’opinione pubblica. Romand finse per più di dieci anni di essersi laureato in medicina e di lavorare in una clinica. In realtà non aveva mai preso un diploma e passava le ore al parco prima di rientrare a casa. Riuscì a ingannare tutti per moltissimo tempo. Quando, a causa dei debiti ormai insostenibili, capì che stava per essere scoperto, uccise genitori, figli, moglie e suoceri. Venne catturato e condannato all’ergastolo. Questa storia ci ha spinto a immaginare la tragedia shakespeariana ambientata in un manicomio criminale».
Un vero e proprio parallelo tra le due vicende che si svela attraverso la presenza di molteplici personaggi. Solo tre attori per dar vita a Riccardo III (interpretato da Enzo Vetrano), Lady Anna, Giorgio di Clarence, Buckingham, Edoardo (Stefano Randisi), un sicario, Hastings, Elisabetta, Margherita, il sindaco di Londra, Stanley (Giovanni Moschella). Uomini e donne che si comportano come infermieri o forse pazienti o forse dottori.
Come si riesce a passare da un personaggio all’altro con tanta velocità?
«I passaggi sono infatti istantanei – risponde Randisi –. Con questa scelta si è voluto semplificare, ridurre le presenze per rendere le azioni più comprensibili. La storia è più concentrata. Certo non è facile, ma è sicuramente una modalità più suggestiva per il pubblico e per noi».
Quali dinamiche si instaurano tra i personaggi?
«Di volta in volta si modifica il rapporto tra chi vive e chi racconta. I personaggi che gravitano attorno a Riccardo III lo servono, lo assecondano, ma nello stesso momento lo istigano. È un gioco teatrale, in cui i ruoli si scambiano. Lo stesso ambiente in cui ci muoviamo è un luogo di detenzione, di espiazione e noi siamo gli incubi dello stesso protagonista. Il sovrano d’Inghilterra è avversario di se stesso, della bestia interiore che non riesce a essere domata. Lui e Romand sono governati dalla follia di mantenere il potere, di essere considerati».
Voci, silenzi, azioni e pause. Si può guarire da una tale follia?
«Inizialmente si può pensare alla possibilità di una terapia, di uno psicodramma per chi, dopo aver raggiunto il potere con uccisioni e menzogne poi, una volta ottenuta la corona, ha paura di perderla. Paura che diventa ossessione e che per questo, senza possibilità di guarigione, lo porta alla irrimediabile sconfitta. Ci sono tanti dittatori oggi, per questo motivo il “Riccardo III” è un testo assolutamente moderno».

Dal passato al presente, dai classici alla modernità per questi due registi, autori, attori che lavorano insieme dal 1976 e che dopo aver fondato compagnie e associazioni teatrali dal 1999 hanno avviato uno studio sui testi classici affrontati con sguardo innovativo e di ricerca.
Inizio alle ore 21
Info: 0541 793811

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teatro galli

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