È infermiere del 118, vice sindaco a Bellaria e segretario provinciale di un partito, nel caso specifico la Lega: Bruno Galli. Da qualche giorno assiste all’esplosione del dibattito politico generata dalla candidatura a sindaco di Emma Petitti. Il suo punto di vista sanitario gli fa dire: calma, non è il momento, là fuori dalla porta c’è la pandemia, il rischio di dividerci è enorme, stiamo attenti perché non ne usciamo.

Galli, tre giorni fa su Facebook ha pubblicato una sua foto sull’ambulanza e mostrato un cuore. A chi si riferiva?

«È come ho scritto. Credo che in periodi come questo, a livello sanitario e politico, ci sia poco da parlare e tanto da fare. Ho voluto trasmettere un messaggio di positività e nello stesso tempo di responsabilità, invito a evitare schieramenti opposti e contrapposti, non giova a nessuno».

Se si parla di politica, a chi sta riferendo?

«Sono rimasto sbalordito dal passo compiuto da Emma Petitti e dalle successive polemiche all’interno del Pd, per certi versi anche imbarazzato. Una uscita asincrona rispetto al periodo che stiamo vivendo, le priorità sono altre e devono essere ben chiare e delineate, non si può perdere tempo in polemiche, per di più non sappiamo neppure quando si potrà votare».

Infermiere, vice sindaco e segretario politico. Chi prevale?

«L’infermiere. Poi l’amministratore perché la gente bussa alla porta e chiede risposte. Il consenso politico è secondario e, secondo me, sarà figlio del comportamento, se si amministra, o delle proposte messe sul tavolo se si è all’opposizione».

Le diranno: proprio lei che ha il leader, Salvini, in campagna elettorale permanente.

«Quando chiede le dimissioni dei ministri, Salvini lo fa perché non risolvono i problemi. Una che ordina i banchi con le rotelle è pericolosa, con l’aggravante delle scuole chiuse. Salvini fa proposte, non ultima il taglio dell’Iva, mi auguro saranno ascoltate».

Rispetto alla prima fase, le persone sono diventate insofferenti alle limitazioni. Come se lo spiega?

«Il mio appello all’unità nasce proprio da questo. L’opposizione deve essere brava a favorire il lavoro di chi deve decidere e la maggioranza a raccogliere le istanze, a partire da quelle di chi non sta al governo. La pandemia è grave e grande, lo dico perché lo vedo tutti i giorni, l’escalation è inequivocabile e non si può negare. Ci si divide fra pro lockdown e no lockdown».

Ha letto di quel suo collega indicato come “untore”, tanto da negargli il caffè al bar.

«Eravamo eroi, ora siamo quelli che non vogliono fare lavorare le persone. Non deve diventare una guerra fra chi è favorevole o contrario, so bene che le famiglie non arrivano a fine mese, le vedo ogni giorno in Comune, ma guai a scatenare una guerra fra poveri, non è retorica la mia, ma il rischio è di non farcela. Nel primo lockdown c’era molta paura ed era più facile accettare le limitazioni. Ora prevale l’invidia sociale nei confronti di chi ha comunque lo stipendio garantito, ma una guerra fra poveri sarebbe un disastro, siamo tutti sulla stessa barca. Lo dico senza peli sulla lingua, chi prende decisioni, il governo, è in confusione, se ci mettiamo anche noi è veramente difficile. Mi sono sembrate restrizioni senza strategia per cercare di accontentare oggi una categoria e domani l’altra, alla fine sono tutti scontenti».

Il governo è in confusione, dice, ma da operatore sanitario quali azioni consiglierebbe?

«Individuerei le categorie indispensabili, tamponi a tutti, chi è a posto circola, gli altri a casa. Per quindici giorni. Traccerei chiunque è in giro nella speranza di vivere un Natale pieno. Fa ridere che le scuole sono chiuse e poi i ragazzi vanno ad ammassarsi in centro. Così è deleterio, non solo: pericoloso e demenziale».

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