Nuvole di cartone e ricordi di osterie, di fumetti e amicizie, nate tra Bologna e la Romagna, terra ricca di storie da raccontare. Storie che trovarono un punto d’incontro a Castel del Rio, piccolo paese sulle colline imolesi.

Una Bologna che non c’è più

Fine anni Sessanta, primi anni Settanta. Nelle osterie della città si aggira un drappello di personaggi bizzarri: un cantautore, un biondo che fa cartoni animati e un tizio basso con il nasone che disegna come un pazzo fumetti di spionaggio. I loro nomi? Francesco Guccini, Franco Bonvicini detto Bonvi e Roberto Raviola, che si firma Magnus.

All’emiliano Bonvi (era nato a Modena nel 1941, ma la madre lo aveva registrato anche all’anagrafe di Parma per avere una doppia tessera annonaria; morì a Bologna a soli 54 anni nel 1995 ed è sepolto alla Certosa) è dedicata in questi giorni una mostra alla Fumettoteca di Forlì (vedi altro articolo in pagina). Segno di un’arte popolare che continua a essere amata e apprezzata anche a distanza di 25 anni.

Eravamo tre amici al bar

Ma torniamo a quegli anni Novanta. Tra i tre amici negli anni nascono diverse collaborazioni, soprattutto fumettistiche. Poi, nei primi anni Ottanta Magnus si trasferisce a Castel del Rio (Imola), dove si dedica ai suoi capolavori: Le 110 pillole, Le femmine incantate e il Texone per Bonelli. Qualche anno dopo lo segue anche Bonvi, per fuggire dall’ambiente bolognese. Il tutto ricordato anche da una mostra omaggio che si tenne nel 2020 a Palazzo Alidosi a Bologna, “Magnus & Bonvi forever”, mentre nei dintorni fu realizzato un film, “Flashback”, con la collaborazione di Bonvi, a cui parteciparono numerose comparse della zona.

La morte improvvisa

In quegli anni Novanta Bonvi aveva fatto di Castel del Rio, dove alloggiava in un piccolo albergo insieme alla compagna Alessandra Ferro, una piccola capitale del fumetto italiano. Quando nel 1995 a Magnus fu diagnosticato un tumore al pancreas, Bonvi cercò di aiutarlo come poté a pagare le spese mediche. Una sera scese in città in auto per partecipare alla trasmissione Roxy Bar di Red Ronnie e promuovere la vendita di alcune tavole, il cui ricavato avrebbe aiutato le cure. Smarrita la strada, scese dal veicolo per chiedere informazioni e fu investito mortalmente da un’automobile. Era il 10 dicembre 1995. Magnus lo seguì due mesi dopo.

La curiosità

Pur disegnando la satira antimilitare più famosa nel mondo, Sturmtruppen, Bonvi aveva in realtà una grande passione per tutto ciò che era militare: come compenso per un lavoro aveva ottenuto la terza stelletta da ufficiale (da tenente diventò capitano) che gli venne consegnata, durante una cerimonia ufficiale, all’Accademia Militare di Modena, insieme a un moschetto modello 91 funzionante in una custodia di legno, con tanto di dedica del capo di Stato Maggiore dell’Esercito. E proprio quindici giorni prima della sua scomparsa aveva deciso di regalare quell’amato moschetto all’amico Guccini.

«Negli stessi giorni, Bonvi – ha ricordato Claudio Varetto, curatore del sito dedicato al suo celebre investigatore, Nick Carter, Bonvi si era recato anche a casa di Guido De Maria, “il papà” di Supergulp, e gli aveva affidato tutte le pellicole e le versioni rimontate delle storie di Nick Carter (quelle pubblicate sul Corriere dei ragazzi), dicendogli, quando le avrebbe pubblicate, di dare i diritti ai suoi figli».

«Ma la cosa che impressionò più De Maria – continua Varetto – fu quando Bonvi mise su un disco di Edith Piaf, dicendo: “Quando si sciolse la Legione Straniera i legionari marciarono per l’ultima volta lungo le strade di Algeri non al suono del loro inno Le képi blanc bensì sulle note di questa canzone Non, je ne regrette rien, non rimpiango nulla”. Le stesse note accompagneranno il funerale di Bonvi pochi giorni dopo, proprio per volontà di De Maria, mentre scendeva una grande nevicata».

Il ricordo della figlia

«Ricordo come se fosse ieri quell’ultimo periodo della sua vita in cui vivevamo a Castel del Rio», ricordava la figlia Sofia Bonvicini in occasione delle mostra bolognese dedicata ai 50 anni di Sturmtruppen a Palazzo Fava. «Disegnava di notte per poter stare di giorno con noi. Mi ricordo che ogni tanto mi alzavo e sentivo scricchiolare il suo pennino sulla carta. Mi dava un grande senso di serenità. E protezione».

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