“Fronte del porto” al Bonci di Cesena, dirige Gassmann

Da anni Alessandro Gassmann dirige pièce teatrali ma, come interprete, lo si vede quasi esclusivamente sui set di cinema, film, fiction. Spesso le sue regie viaggiano su un doppio binario, teatrale e cinematografico. Così è anche per Fronte del porto lo spettacolo in scena al teatro Bonci di Cesena da stasera alle 21 a domenica 28 novembre. Dodici attori napoletani con protagonista Daniele Russo già applaudito a Cesena (La ciociara, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Tito e Giulio Cesare); è pure direttore, con il fratello Gabriele, del teatro Bellini di Napoli, entrambi eredi di una famiglia d’arte guidata dal padre Tato Russo.

Per i cinefili Fronte del porto rimanda al capolavoro di Elia Kazan del 1954, all’immagine iconica di un Marlon Brando portuale; tratto dal libro e sceneggiatura di Budd Schulberg (ispirato a sua volta a un’inchiesta giornalistica del The New Sun), è ambientato nel porto di New York dove il sindacato spadroneggia in modo malavitoso; il protagonista, per amore di una ragazza il cui fratello è morto a causa di quel sindacato, è spinto a ribellarsi con il sostegno di un sacerdote illuminato. Gli attori recitano in un napoletano comprensibile, frutto della traduzione di Enrico Ianniello che trasporta l’azione nel porto di Napoli nel 1978.

Lei, Russo, cosa sapeva di “Fronte del porto” nato molti anni prima dei suoi quaranta?

«Sapevo di un tale Marlon Brando (sorride). Avevo visto il film di Elia Kazan; ma, quando Alessandro (Gassmann) me l’ha proposto, non l’ho rivisto; non volevo rivivere l’ennesimo paragone dopo quelli di Nicholson, Belmondo, McDowell, e poi il linguaggio teatrale è un’altra cosa, tanto più in questa operazione ambientata negli anni Ottanta a Napoli».

Tradite dunque la storia originale?

«Non l’abbiamo tradita, ci riallacciamo al suo fondo di veridicità. L’Italia però è un insieme di porti e Gassmann ha voluto trasferire la vicenda nel nostro paese trovando un punto di incontro in Napoli, per avvicinare il pubblico a una comprensione emozionale. Negli anni Ottanta a Napoli comandava una malavita organizzata».

Come vive il suo famoso ruolo?

«Mi diverte perché è molto lontano da me. Io sono energico, egocentrico; il mio personaggio è complesso, fra omertà e silenzi. Non riesce ad agire nella sua vita ma viene agito».

Più volte è stato diretto da Alessandro Gassmann, cosa tiene viva questa vostra sinergia?

«Esiste un rapporto di fiducia; Alessandro sa di potermi chiedere di tutto perché, quando mi fido, mi affido completamente al regista; il mio stare serenamente in scena inoltre, lo rassicura. La sua direzione è per me motivo di crescita; si presenta sin dal primo giorno con idee chiare; sa cosa raccontare, l’allestimento è pronto, così le prove sono interamente dedicate all’attore».

Entrambi siete figli d’arte; in cosa vi distinguete dalla generazione dei padri?

«Quella generazione vedeva teatri che si aprivano, cinema che si affollavano, c’era attenzione verso il nostro comparto; noi siamo nell’epoca della resilienza, i cinema diventano altro, i teatri riducono programmazione e pubblico. Abbiamo competitor subdoli come i social, youtube dove ognuno può vivere il famoso quarto d’ora di celebrità. Sicuramente in noi c’è urgenza in ogni progetto che realizziamo, con l’incubo di non sbagliare».

Di cosa il teatro ha più bisogno?

«Di recuperare il rapporto con le città, con il pubblico, con la società allargata che deve tornare ad essere attiva nel dibattito civile, e poi deve recuperare la funzione di piazza, di agorà, e non essere circolo per pochi».

Info: 0547 355959

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