Frieser, Pittarello e il cavallo giusto per il mercato invernale

Lunedì sera c’è la trasferta di Modena, eppure la vera partita da non sbagliare era quella di mercoledì sera e il Cesena l’ha sbagliata. Tutto questo al netto dei meriti di un avversario organizzato come la Lucchese, che ha perso una volta nelle ultime 11 partite. Una delle poche note liete è l’ennesimo gol di un Pierini mai così costante, anche se aumentano gli indizi che nel suo contratto ci sia un bonus legato al numero dei colpi di tacco (ma se il bonus è a 100, la buona notizia è che ormai dovremmo esserci). Per il resto, due belle fiammate all’inizio dei tempi e poi l’ingranaggio che si inceppa, con un avversario ben disposto in campo che porta la partita dove vuole lui. A quel punto Viali ha cercato la scossa emotiva e ha buttato subito dentro Frieser, che magari tra due mesi sarà la risposta austriaca al Papu Gomez, ma per il momento non poteva che fare la figura del nuovo impiegato che cerca la scrivania.

La notizia peggiore è stato lo stop di Pittarello all’inizio di un mese dove si giocherà sempre e serviranno tutti. Il mercato di gennaio ha allargato lo scaffale dei ricambi (Allievi, Calderoni) e ha portato un jolly tutto da scoprire come Frieser. Pittarello invece è la certezza: una punta di categoria che alla Virtus Verona stava giocando sempre, l’ideale per un attacco dove c’era una falla da colmare e Zebi l’ha colmata. Dei quattro arrivi di gennaio, tre sono dettagli mentre lui è indispensabile e quello che si è visto mercoledì lo ha confermato, con la cattiveria offensiva del Cesena a livelli da Zecchino d’Oro per larghe fette di partita.

Si dice: nel girone di ritorno inizia un altro campionato. Speriamo di no, aggiungerebbe Viali, visto che se il Cesena imitasse l’andata, finirebbe a 78 punti e l’anno scorso il primo posto fu di Perugia e Padova a quota 79. Di solito si pensa così perché il mercato di riparazione può cambiare gli equilibri, quando è risaputo che il più delle volte fa solo danni. In gennaio è bravo chi si limita a correggere e lavorare sui dettagli: se ti appoggi alla finestra invernale per cambiare tutto, è un primo segnale che sarà una brutta stagione.

Un esempio su tutti è la storia di un ex popolare in tutti i bar di Cesena, un romagnolo acquisito come Paolo Ciapina Ferrario. Negli anni 60 e 70 il calcio italiano è popolato da personaggi incredibili: tra oche al guinzaglio, pellicciotti alla Gianfranco Zigoni, dopocena impegnativi alla Carlo Petrini e serate all’ippodromo e al night, al confronto Mario Balotelli e Nicolò Zaniolo sono boy scout che servono a messa. Non fa eccezione Ciapina Ferrario, che alla fine degli anni 60 è un talento ingovernabile di proprietà del Milan all’ombra del suo amico Gianni Rivera. Gioca a Cesena una prima volta nella stagione 1966-’67 a 24 anni, poi Bologna, Varese, Perugia e quindi di nuovo Cesena dal 1969 al 1972.

Ecco, restiamo sul Varese: la storia che Ferrario racconta da anni agli amici è la seguente. Estate 1968: il Varese viene acquistato dall’industriale Giovani Borghi, patron della Ignis che in seguito farà meraviglie nel basket con Dino Meneghin e compagnia. Borghi punta a un grande campionato di A col Varese, piazza il 23enne figlio Guido come presidente e vuole a tutti i costi Ferrario, che invece non ne vuole sapere. Come strategia difensiva, Ciapina chiama il suo amico Rivera: “Chiedo a Gianni quanto prende di ingaggio al Milan e lui mi dice: “50 milioni di lire”. Benissimo, vado all’appuntamento con Borghi e quando si parla dell’ingaggio, io sparo: “60 milioni”. Il problema è che me li dà”.

Affare fatto col Varese, inizia il campionato: stagionaccia, butta subito malissimo, Ferrario gioca una sola partita e il resto tra infortuni, problemini e problemoni è da dimenticare. A Varese poi c’è pure l’ippodromo: Ciapina è un appassionato di cavalli e come tutti gli appassionati di cavalli finisce sempre che si diverte, ma chiude stabilmente in perdita. Risultato: cessione quasi immediata al Perugia per provare a riparare alla stagionaccia. Ciapina non vedeva l’ora di andare via nonostante l’ingaggione, ma è pur sempre uno di cuore, così quando saluta il commendator Borghi, il suo dispiacere è sincero.

“Commendatore, allora vado”.

“Sì Ferrario, l’abbiamo ceduta al Perugia. Buona fortuna”.

“Mi dispiace molto, non sono riuscito a ripagare la sua fiducia e tutti quei soldi che ha  speso per me”.

“Non si preoccupi Ferrario, siamo a posto così, lasciamo stare. E poi è come se l’avessi presa gratis”.

“In che senso?”

“L’ippodromo è mio, siamo pari”.

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