Franz Haas, la storia di una cantina in un nome

Per chi ancora non li conoscesse, la prima cosa da fare è correre in un’enoteca e andare ad acquistare una loro bottiglia di vino. Poi, il passo successivo, è quello di salire in macchina e andarli a trovare, per sentire da loro la storia di un’azienda che viene tramandata da sette generazioni al primogenito di famiglia, che ha l’onore e la responsabilità di portare sempre lo stesso nome, Franz. Franz Haas non è solo una cantina, non è solo un marchio. Franz Haas è un uomo, una famiglia che da sette generazioni produce vino, che da sette generazioni mette nel vino la sua filosofia di vita: la continua instancabile ricerca della perfezione. Ciascun Franz Haas con il suo tocco e il suo stile. Amore, passione e determinazione sono le tre parole chiave per fare un buono vino secondo il geno creativo di questa famiglia che, a febbraio di quest’anno, ha dovuto dire addio al suo simbolo: il settimo discendente della dinastia. Pioniere del vino e visionario della propria terra, Franz Haas era un punto di riferimento dell’Alto Adige. Ad insegnargli tutto era stato il padre, dandogli quell’imprinting tradizionale a cui il vignaiolo ha sempre aggiunto un tocco di innovazione e sperimentazione. Attorno al nobile Pinot Nero, soprattutto, ha costruito il successo suo e della sua azienda vinicola. Imprevedibile, ma elegante, questo vitigno è un’icona nel panorama dell’enologia mondiale. Franz Haas VII lo aveva amato sin dal primo giorno e nella sua vita ne ha vinificati 592 (perché ne aveva tenuto il conto esatto).

I vigneti

Situati anche ad oltre mille metri di altitudine, i vigneti della cantina Franz Haas sono tra i più alti dell’Alto Adige. Una scelta anche questa di grande lungimiranza che venne fatta dal suo capostipite, perché presa già a partire dal 1999, quando si fecero chiari i primi segnali dell’imminente cambiamento climatico in corso. «Abbiamo un occhio di riguardo nei confronti delle nostre vigne – raccontano dalla tenuta – di cui ci prendiamo cura esclusivamente con sostanze organiche per favorire il processo naturale di coltivazione e fertilizzazione. I nostri vigneti non sempre sembrano giardini impeccabili, spesso l’erba tra i filari è alta ma, così facendo, si porta avanti il processo naturale dell’impollinazione, la riproduzione di fiori e di insetti che altrimenti andrebbero ad estinguersi, e soprattutto si dà la possibilità ai figli dei nostri figli di vedere ancora dei campi fioriti». Coltivare a certe altitudini, bisogna inoltre ricordarlo, è più difficile e faticoso, ma i vini che nascono da queste terre si distinguono per caratteristiche davvero uniche. «Esemplare – dicono – è il caso del Pinot Nero Pònkler, i cui vigneti si trovano in una località a 800 metri e sono completamente circondati da prati e da boschi, in un luogo meraviglioso frequentato solo da animali selvatici». Tra l’altro, il Pinot nero non ama il caldo, di conseguenza quei luoghi impervi lo proteggono e lo arricchiscono di sapori e aromi del tutto peculiari.

Tappo a vite

Dato che quella di cui stiamo parlando è una cantina che ha dimostrato sempre di essere fuori dagli schemi, anche nel sistema di imbottigliamento hanno preso da anni una decisione controcorrente, ma comunque per loro vincente. È la scelta del tappo a vite. «Da tutta la vita – spiegano – ci dedichiamo alla ricerca della perfezione. Nel gusto, nel profumo, nel colore dei nostri vini. Per questo, da quasi quarant’anni a questa parte, abbiamo iniziato a interrogarci sull’opportunità di continuare a usare il tappo in sughero: la qualità di questa materia purtroppo non è più quella di una volta e il suo utilizzo comporta sempre più frequenti alterazioni nel gusto e nel profumo dei nostri prodotti». Dal 1996 hanno quindi iniziato a studiare tutte le possibili chiusure alternative; «e lunghi anni di viaggi, assaggi, confronto con i migliori viticoltori del mondo e, soprattutto, di degustazioni comparative su diversi imbottigliamenti paralleli per ogni annata, ci hanno portati fino al tappo a vite».

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