Franco Zabagli e il Pasolini dantesco a Ravenna

Dante e Pasolini: due universi culturali e artistici apparentemente distantissimi. Ma nell’ambito del festival Dante2021 + 1, sabato 17 settembre (ore 17.30) agli Antichi chiostri francescani di Ravenna, Franco Zabaglidel Gabinetto Vieusseux di Firenze introduce la pièce “Pia dei Tolomei. Dialogo nella palude”, che Patrizia Zappa Mulas ha tratto dal dramma di Marguerite Yourcenar, con “Entr’Acte: Dante in Pasolini”.

«Ho pensato la mia conversazione – spiega lo studioso – proprio per raccontare in modo affabile questa relazione, rendendo omaggio a Pasolini, di cui ricorre il centenario della nascita, in contiguità con la celebrazione dantesca. In realtà da decenni studi e saggi dimostrano quanto Dante agisca in modo profondo e persistente nell’opera di Pasolini».

E, a pensarci un attimo, in effetti le situazioni descritte in “Ragazzi di vita” o “Una vita violenta” sono in qualche modo… infernali.

«È così. Arrivato a Roma, Pasolini conosce le borgate, la miseria dei baraccati, esplora una realtà antropologica in cui una popolazione dai tratti arcaici inizia a essere sedotta da una modernità peraltro già fatiscente, come lo sono le palazzine appena costruite nelle periferie. Per questo si pone come riferimento proprio l’Inferno e Dante, anche dal punto di vista delle scelte linguistiche».

In che senso?

«Gianfranco Contini pubblica nel 1970 “Letteratura italiana delle origini” in cui distingue il plurilinguismo di Dante dal monolinguismo di Petrarca. Pasolini, che stava costruendo il proprio stile, opta per il primo: del resto, era nato come poeta dialettale, e come tale era stato scoperto proprio da Contini che lui considererà sempre il suo maestro».

Ed ecco che Dante diventa un punto di riferimento.

«Ma già alla fine degli anni Cinquanta Pasolini aveva pubblicato “Le ceneri di Gramsci”, in cui si proponeva di assumere connotati di poeta civile, proprio come era stato l’Alighieri, e ne è un indizio anche la scelta dello schema metrico della terzina. Sempre a quegli anni risalgono le tracce di un romanzo incompiuto, “La mortaccia”, una sorta di riscrittura dell’Inferno. La protagonista, la prostituta Teresa, dalle baracche dell’Acquedotto Felice avrebbe percorso il suo viaggio accompagnata da Dante incontrando personaggi del proprio tempo. Il progetto poi negli anni Sessanta si concretizza in “Divina mimesis” dove è proprio Pasolini il personaggio-poeta alle prese con una Roma che sta perdendo il suo connotato popolare per quel benessere che negli anni Settanta diventerà poi l’idolo polemico per esempio di “Scritti corsari”. E anche in “Petrolio” c’è un tentativo di riscrittura dell’Inferno, con quella “Visione del Merda” in cui il personaggio è un ragazzotto di borgata, nel quale però si è già verificata la mutazione antropologica».

Per non parlare del cinema.

«Certo: l’Inferno è una specie di ipotesto per tutta la produzione di Pasolini. Aspetti infernali sono in “Mamma Roma”, “Salò”, “Accattone” dove addirittura c’è il presagio di un possibile riscatto con la citazione dell’episodio di Bonconte da Montefeltro».

Dante e non Boccaccio.

«Dante e anche Boccaccio: non per niente gira nel 1971 il “Decameron”. Ma nella Divina Commedia c’è un autobiografismo che affascina Pasolini, proiettato verso il tema del personaggio-poeta, c’è una pienezza esistenziale e mistica che interessa profondamente un artista come lui, alla ricerca inoltre, come tutta la letteratura italiana del periodo, di una lingua nuova, capace di rappresentare una realtà in forte cambiamento: proprio come aveva fatto Dante».

E oggi arrivanoChersonskij Rea e Gazzolo

Ricca di appuntamenti la seconda giornata del festival “Dante2021+1” , tutto agli Antichi chiostri francescani. Si comincia alle 17 con il reading di Boris Chersonskij (in foto) che si intitola «Non c’è bisogno di Virgilio per mostrare al forestiero l’inferno», uno dei molti versi che il poeta ha dedicato alla nostra Penisola. Lo accompagna, come traduttore, lo slavista Marco Sabbatini dell’Università di Pisa. A seguire Roberto Rea affiancato dalle letture di Vincenzo De Angelis nel presentare un amico-avversario di Dante. Rea dedica infatti l’incontro a Guido Cavalcanti, per l’appunto «il primo de li miei amici».

Alle 21 l’appuntamento è con «Dulcissimum hydromellum» di Virginio Gazzolo, che ritorna a Ravenna per mettersi alla prova con le originali tesi che Dante mise in campo a favore della lingua volgare nel “De vulgari eloquentia”.

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