Franco Nero ospite de “I luoghi dell’anima”: l’intervista

È tra i più amati del cinema mondiale, attore, regista, produttore, ha lavorato coi più grandi, un vero mito – classe 1941 – che poco si è concesso ai media, tanto meno alla pubblicità, «mai fatta» dichiara, e ora dopo 60 anni di carriera ha deciso di raccontarsi in un libro: Django e gli altri. Molte storie, una vita (Rai Libri 2022).

Franco Nero è arrivato ieri per prendere parte all’inaugurazione dell’Italian film festival “Luoghi dell’anima”, ispirato all’opera poetica di Tonino Guerra. Due gli appuntamenti odierni che lo vedono protagonista: presentazione del suo libro alle 19 al cinema Fulgor a Rimini, e cerimonia inaugurale alle 20.30 all’Arena Sferisterio a Santarcangelo.

Nero, che ricordo ha di Tonino Guerra? Vi siete incontrati più volte.

«Sì, molte volte, in più occasioni e in modo particolare per la lavorazione di una decina di film. Era simpaticissimo. Stava con una donna francese che aveva scritto una storia bellissima che io avrei interpretato. Poi la loro storia è finita e del film non si fece più nulla. Del resto tanti bei film non si fanno».

Però lei ne ha fatti tantissimi e molti bellissimi.

«Sì, sono 250 i film girati in oltre 30 Paesi, dal ’62, anno d’esordio».

In 60 anni di attività ha lavorato coi più grandi registi, mostri sacri come John Huston, Luis Buñuel, Fassbinder, Chabrol, Tarantino, e attori del calibro di Marlon Brando, Lawrence Olivier, Paul Newman. Se dovesse stilare una graduatoria dei registi che l’hanno diretta?

«Al primo posto metterei Buñuel, era adorabile, mi chiamava sempre solo Nero, Franco non riusciva a dirlo a causa dell’odiato dittatore spagnolo. Sono stato molto a mio agio anche con Fassbinder, Chabrol, Tarantino, ma mi sono trovato bene un po’ con tutti i registi e gli attori con cui ho lavorato».

Qual è il segreto che sta dietro alla sua capacità di lavorare con tanti registi diversi?

«Essere umili, con l’umiltà si va bene con tutti. Le star che ho conosciuto più erano grandi più erano umili. Laurence Olivier come attore mi diede un consiglio: “Fregatene se la roulotte è piccola, pensa allo schermo, quello rimane per la vita, tutte le altre cose sono stronzate».

Lei per la prima volta racconta la sua vita e la carriera in un libro, perché?

«Io sono sempre stato molto discreto, ho centellinato gli interventi e ho rilasciato pochissime interviste. Non ho mai fatto pubblicità e siamo solo 4 attori al mondo: io, Al Pacino, Robert Redford, Jack Nicholson. A dicembre mi hanno contattato da Rai Libri chiedendomi se avessi mai scritto un’autobiografia. Visto che non l’avevo mai fatto me lo hanno proposto. Ci ho voluto pensare su poi mi sono detto: sono arrivato a una età che forse non sarebbe male fare qualcosa. Purtroppo mi hanno dato poco tempo, doveva essere pronto il 28 marzo per la Fiera del libro ed è stato un calvario! Avevo tanto da raccontare, ci vorrebbero dieci volumi, ho chiamato il mio amico Lorenzo De Luca e giorno e notte gli ho dettato i testi, sintetizzando il più possibile!».

Il libro ha grande ricchezza di contenuti e si distingue per il coinvolgente stile narrativo, a cominciare dal Prologo che rapisce.

«È stato pensato così, in dialogo con Django, perché è il personaggio che mi ha reso popolarissimo in 150 Paesi, ha cambiato la mia vita, quando l’ho interpretato, nel ’66, diretto da Sergio Corbucci, avevo 23 anni».

Leggendo la sua storia dimostra che le esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza hanno segnato il suo futuro. La prestanza e le abilità fisiche, la curiosità, la disponibilità, il carattere determinato, la fiducia negli altri e nei valori importanti. Riassumendo, cosa l’ha influenzata di più?

«Ho avuto fortuna perché ho vissuto in mezzo ai contadini. Sono nato a San Prospero Parmense, poi cresciuto a Fidenza, Bedonia e Parma. Ho avuto una bella evoluzione sotto tutti gli aspetti. Ho imparato a costruire gli archi, le slitte, ad andare a cavallo, a pescare e da grande ho pescato con Burt Lancaster, amico e bravo pescatore. Dal contatto con la natura arrivano insegnamenti che aiutano nella vita».

Scrive di «non dispensare consigli se non richiesti ma se deve darne uno è stare a contatto con la natura il più possibile».

«Sì. Nell’ultimo film che ho diretto “L’uomo che disegnò Dio” mando anche questo messaggio».

Lei ha fatto tutto, tanti mestieri non solo legati al cinema, praticato sport, suonato e cantato in una band, si è dedicato e continua a farlo al sostegno dei bambini col suo impegno per il villaggio Don Bosco di Tivoli, che definisce «la grande missione della sua vita», cosa le manca?

«Non ho corso in moto perché non mi piace ma in Formula Uno sì, a Monza».

Cosa chiede oggi a se stesso?

«Essendo ancora un bambino ho tanti progetti».

Ce li può anticipare?

«Un film con mio nipote Michael, “Fagioli nei e riso”, un road movie in cui padre e figlio che non si conoscono fanno un viaggio insieme, penso di produrlo e interpretarlo mentre la regia vorrei affidarla a Roland Porta. Poi c’è il film “Django lives!” (“Django vive ancora”) sceneggiato da John Sayles e diretto da Christian Alvart. Ricevo molte proposte che il più delle volte rifiuto».

Dopo oltre 40 anni è tornato a vivere con Vanessa Redgrave, che le ha dato un figlio, Carlo, e nel 2006 l’ha sposata segretamente: una storia d’amore intensa nata nel 1966 sul set di “Camelot”, di cui il suo amico Tonino amava parlare come esempio di amore duraturo e profondo.

«Ci siamo presi una pausa ma anche se distanti c’eravamo sempre l’uno per l’altra. Non abbiamo mai smesso di amarci. Sono appena tornato da Londra dove sono andato a trovare Vanessa e a vederla in “My fair lady”».

Vive più a lungo a Londra o a Roma o è sempre in movimento?

«Sono sempre cittadino del mondo ma vado spesso a Londra per stare con Vanessa e coi cinque nipoti».

Che nonno è?

«I miei nipoti mi dicono che sono il nonno più giovane e bello al mondo».

Sulla bellezza anche Gassman si espresse.

«Mi ha fatto il più bel complimento: “Non sono gay, ma se dovessi scegliere qualcuno con cui andare su un’isola deserta sceglierei Franco Nero”».

Nel suo libro svela anche come è nato il suo nome d’arte. Ce lo racconta?

«La storia è molto divertente. Dovevo girare “La Bibbia” con Huston. ll mio nome è Francesco Sparanero, il produttore Dino De Laurentis disse che dovevo cambiarlo e voleva sostituirlo con Castello Romano: “Tu debutti qui agli stabilimenti De Laurentis in via Castel Romano, dunque ti chiamerai così”. Insisteva e io mi misi quasi a piangere per convincerlo. Per fortuna il suo assistente Luraschi disse che ci avrebbe pensato lui e fece diverse ipotesi sempre girando attorno al mio nome e a quello di mia madre, finché tagliando e sincretizzando rimase Franco Nero, subito approvato da Huston. Basti dire che gli americani, che storpiano tutti i nomi, il mio lo dicono perfettamente».

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