Francesco Tonti porta i suoi allievi a fare teatro in strada a Rimini

RIMINI. Dal pomeriggio fino alla sera, il 19 aprile a Rimini Francesco “Checco” Tonti porterà in giro per la città gli allievi del laboratorio di teatro con un progetto molto particolare di azioni di teatro urbano in incognito. Non si tratta di un flash mob e nemmeno di una candid camera ma di scene teatrali costruite durante un lungo laboratorio teatrale cominciato a ottobre e sviluppatosi da gennaio dando voce alle urgenze dei partecipanti, scoprendo cosa sia l’urgenza.
Il gruppo di attori in scena ha sentito quale effetto faccia dire in teatro qualcosa di cui si ha voglia, piacere e bisogno di raccontare. Ognuno ha condiviso frasi, citazioni, gesti e temi importanti, il tutto poi tradotto in azioni teatrali. Ne abbiamo parlato con Tonti.
Francesco, com’è nata l’idea di fare questo laboratorio teatrale?
«Nutro un interesse sempre maggiore nel far accadere ciò che le persone non si aspettano. Siamo pieni di routine e di zone di comfort per cui agiamo con automatismi di cui non siamo consapevoli. Questo riduce la possibilità di sperimentare cose nuove, di stare in contatto con la realtà in modo vitale e dinamico. Mi piace rompere gli schemi e le routine per fare spazio al nuovo, per vivere ciò che non conosco e farlo vivere al pubblico».
Porterà in giro per la città il teatro. Ci spiega meglio?
«L’idea è quella di giocare in contrattempo rispetto alle aspettative. I programmi della giornata e le routine spesso scandiscono il ritmo dei nostri movimenti e tracciano il percorso. Tutto questo nasce dall’idea di voler rompere gli schemi e far accadere qualcosa che nessuno si aspetta per portare scene di teatro nella quotidianità».
Il teatro nella quotidianità, ma è davvero così?
«Imita la realtà per far sì che gli uomini si riconoscano in esso. Il teatro convenzionale ha un pubblico consapevole e uno spazio scenico con entrate e uscite. In questo senso non portiamo il teatro nelle realtà, sarebbe impossibile. Ma porteremo scene che possono essere fatte fuori dal palco, seppur di natura teatrale».
Cosa rappresenta per lei il teatro?
«È ciò di cui, credo, non potrei farne a meno. È una vocazione prorompente che ho sentito da bambino e che ho trasformato in mestiere. Ho 39 anni di cui 21 di carriera come attore, clown e regista. Per ora ho scoperto che il teatro che a me interessa non chiede all’attore di scimmiottare o inseguire modelli e riferimenti ma si basa sulla ricerca della più profonda autenticità. Quando insegno, a me preme l’aspetto demiurgico, cioè che gli allievi attraverso il teatro sentano chi sono e come essere veri sulla scena».
Info: 333 4086826

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