“Forever”, uscito il 16 ottobre, è il primo progetto solista di Francesco Bianconi, voce e molto altro dei Baustelle. L’artista toscano si fa accompagnare in questa avventura “in solitaria” da alcuni ospiti internazionali (Rufus Wainwright, Kazu Makino, Hindi Zahra, Eleanor Friedberger, Thomas Bartlett, Balanescu Quartet) e da tre musicisti di estrazione classica come Michele Fedrigotti, Angelo Trabace ed Enrico Gabrielli.

Il frontman dei Baustelle rivolge l’orecchio a certe esperienze sonore legate alla musica classica e ai lavori di Franco Battiato, di Fabrizio De André, di Nico, di Elvis Costello, e costruisce dieci brani – che fanno a meno della sezione ritmica – in cui a risaltare sono, dal punto di vista dell’accompagnamento, soprattutto il pianoforte e un quartetto d’archi, corroborati da dosi misurate di strumenti a fiato, mellotron e sintetizzatori. Pezzi che denotano un’ispirazione cameristica e la volontà di esaltare, quanto più possibile, il processo “alchemico” di versi e melodie. In “Forever”, infatti, traspare evidente l’intenzione di Bianconi di abbandonare la strada intrapresa con i Baustelle (una strada fatta di arrangiamenti ricchi e stratificati…), per affidarsi esclusivamente alla capacità che hanno voci, testi, impianti melodici e armonici di definire il “senso” di un brano. Tutto è più scarno in queste canzoni riportate quasi ai minimi termini e caratterizzate da una “arte”, quella di Bianconi con o senza i Baustelle, eminentemente melodica e che evidenzia un modo di trattare la melodia che, nonostante il respiro internazionale dell’album, spesso e volentieri fa riferimento ad un’italianità di fondo, rimandando a qualche voce familiare o remota della nostra tradizione melodica.

Un approccio austero che si riverbera anche sul modo di cantare di Bianconi: ciò che “convince”, della voce baritonale del leader dei Baustelle, è la “grana”, una qualità fisica e icastica che conta più della tecnica vocale. La vocalità del musicista di Montepulciano rivela – in brani come L’Abisso, Zuma Beach, L’Andante – il proprio valore nel timbro e nella pronuncia. Un canto, il suo, che tradisce un ascolto approfondito dei dischi di De André (che Bianconi riprende nella pronuncia e nelle cadenze…) e la cui dizione “enunciativa” è in grado di comunicare un senso di “distacco” che ne sottolinea il carattere profondamente antiretorico.

La capacità di Bianconi di costruire qui una canzone spogliata di ogni segno retorico trova, però, la sua sublimazione nei testi, in versi nei quali si mescolano profondità psicologica e slancio romantico, letterarietà e colloquialità, scelte lessicali raramente banali, uso “anatomico” delle parole e tentativi di “sfamiliarizzare il familiare” (basti pensare all’utilizzo di termini come fica e birretta…). Il tutto al servizio di una dimensione intima, introspettiva, quasi “psicoanalitica”, in cui l’artista toscano parla molto di sé, “fino ad arrivare a mostrarsi in modo del tutto scoperto”, per usare le parole dello stesso Bianconi [“Io so che son venuto dalla fica e so che lì voglio tornare/ Per avere l’illusione e l’impressione di inventare un tempo buono e un fiore rosso/ Una preghiera contro il male/ Per dimenticare ogni mio giorno ed ogni notte della storia ed il dolore di arrivare alla tua fica/ Per scordare i tuoi problemi, i tuoi vestiti, le tue borse e il mio tremare/ Per dimenticare tutto ciò che alla tua fica fa contorno, i tuoi stivali, il tuo ragazzo, il tuo mascara, le parole/ Perché io vivo come fossi un animale/ Perché io vivo perché sono un animale” (Certi Uomini); “Non è tempo di cantare/ Alterare la realtà/ Però anche Schopenhauer/ Scrisse di felicità/ I paraggi della morte/ I condoni e le amnistie/ Mi hanno spinto a disprezzare/ Troppe cose intorno a me/ E tracanno una birretta presa nel bazar indiano/ Mentre penso a quanto inutile/ Sia diventato parlare ancora di umana comunità/ E allora andiamo via/ E poi gridiamo a qualcuno che staremo sempre insieme/ E allora andiamo via/ E non lo dire mai a nessuno che quest’uomo cerca il bene” (Il Bene)].

<<“Forever” – ha scritto Stefano Solventi – ha tutta l’aria di una ferita dolorosa e infetta malgrado gli strati di compostezza che la ricoprono con un unguento assieme cosmetico, ipnotico e lenitivo. Bianconi, piaccia o non piaccia, è in possesso del segreto per ricavare intensità sconcertante da intuizioni semplici così come di ambientare svolte armoniche complesse dentro schemi lineari>>.

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