Francesca Serafini esordisce con “Tre madri”

L a narrativa, come la poesia, sono diventate da qualche tempo luoghi e forme di una nuova vita possibile, sebbene virtuale, di là dal fiume pandemico. Un ritorno o l’avvio, a un rapporto con la grande piazza della “parola”, voce e lingua visionaria. Non mi riferisco a una funzione terapeutica della lettura, piuttosto alle tante possibili agnizioni che abitano la parola. Godimento, insomma, o meglio ancora otium nell’etimo latino del tempo libero, quello in cui fare ciò che più avvertiamo come piacere.

Premessa questa che non vuole essere retorico invito alla lettura ma suggerimento o suggestione per chi, per motivi diversi, e possono essere tanti e senz’altro legittimi, non ne avesse consuetudine.

A tal proposito siamo a suggerire, con personale e schietta convinzione, la lettura di un romanzo appena uscito da La nave di Teseo, “Tre madri” (citazione deandreiana pertinente alla storia) di Francesca Serafini, sceneggiatrice ed editor, alla sua prima fiction letteraria nella forma di un giallo ambientato nella cittadina romagnola di Montezenta. Protagonista è Lisa Mancini, giovane commissaria di polizia giunta a Montezenta dopo una importante esperienza nell’Interpol di Lione. Perché una scelta che appare la rinuncia a un progetto professionale con ben altro orizzonte d’attesa? Lo si capirà seguendo passo per passo l’inchiesta giudiziaria guidata da Lisa sulla scomparsa di Rider, quindicenne figlio di una coppia che è parte di una comunità di artisti che per scelta esistenziale e culturale vive in un villaggio poco fuori della cittadina abitato da camper e roulotte, (nel dialetto di Montezenta, “Ca de falùg”, casa del fuoco).

Artisti del riciclo dei materiali inorganici di ogni tipo. Opposizione creativa e iconica a un tempo liquido e del consumo a perdere, senza più la bellezza. Ci sono già tutti gli elementi per comprendere che Montezenta è Santarcangelo di Romagna e la comunità dei riciclanti è quella dei Mutoid.

Non diremo ovviamente dell’inchiesta a tratti sospesa tra indizi incerti e risolti dall’empatica relazione tra Lisa e il luogo, tra Lisa e i suoi interlocutori pieni di contraddittoria (così è la vita quotidiana) umanità. Diciamo solo che l’inchiesta diviene anche per Lisa il tempo di una nuova formazione che la condurrà, in un mestiere dove sperimenta quanto il male e il bene convivano senza soluzione di continuità, a ripensare se stessa, la propria ragione esistenziale e professionale con più la calviniana leggerezza e più consapevole determinazione.

Un’ultima annotazione. Le parole e la sintassi, lo stile insomma, nel racconto di Francesca Serafini, traggono la loro forza e il loro fascino da una ricchissima tastiera cromatica che sa abitare i luoghi e i personaggi con grande naturalezza. A partire dalle prime righe dell’incipit, vera e propria scenografia della storia a seguire. Ascoltiamola: “Di là dal fiume e tra gli alberi del bosco alto, nei giorni di libeccio, quando dalla ferriera antica il fumo si abbassa fino alla foschia del primo mattino, il profilo medievale di Montezenta si distingue appena, tutto avvolto da una nebbia in cui la natura e le insidie si allacciano per consegnare alla vista la definizione opaca di un’ecografia prenatale».

L’autrice

Francesca Semprini (Roma 1971) è stata allieva del linguista Luca Serianni, con il quale ha collaborato curando il saggio “L’italiano letterario. Poesia e prosa” (2011). Ha cominciato l’attività di sceneggiatrice scrivendo la serie “La squadra”. Con Claudio Caligari e Giorgio Meacci ha scritto la sceneggiatura “Non essere cattivo”, candidata al David di Donatello 2016. Sempre nel 2016 il film è stato selezionato come candidato italiano al Premio Oscar, e ha vinto il Nastro d’argento come film dell’anno. Sempre con Meacci ha scritto la sceneggiatura di “Fabrizio De André. Principe libero (2018)”. “Tre madri” il suo primo romanzo.

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