“Four” nuovo album dei cesenati Sunday Morning

GIULIA FARNETI. Four è il nuovo album dei Sunday Morning uscito il 5 aprile per Bronson Recordings, un disco diverso dai precedenti, formato da spazi aperti e mondi interiori, in cui emerge la volontà di percorrere nuove strade e il bisogno di un cambiamento, ora più che mai urgente. Gli scenari musicali del nuovo album sono un viaggio tra le praterie libere e infinite del southwest e il sound del fiume Mississippi, là dove tutto ha avuto inizio. I nuovi brani, più lenti e profondi, vedono le chitarre acustiche moltiplicarsi fino ad avvolgerne gli echi elettrici. Dopo il successo del 5 aprile a Ravenna, dove hanno presentato l’album, ne abbiamo parlato con Andrea Cola, cantante e chitarrista della band.

Cola, com’è nata l’idea di fare questo album?
«Nasce dall’esigenza di cristallizzare un preciso momento della band che è il risultato di esperienze e personalità diverse che si incontrano all’interno di una stanza per creare qualcosa di nuovo e di entusiasmante. Tutto quello che abbiamo vissuto in questi due anni da Let it burn è all’interno di questo disco».
Cosa c’è di diverso rispetto ai vostri album precedenti?
«C’è una consapevolezza differente, una maturazione maggiore e una fiducia nei nostri mezzi rinnovata. A livello sonoro c’è sicuramente un’apertura di spazi e più controllo sui singoli elementi. Ho cercato di portare a casa un’attitudine alla registrazione che conservasse lo spirito del momento, l’errore che cambia la percezione di una canzone e che ti porta completamente da un’altra parte. Abbiamo cercato di stupirci noi stessi introducendo in primo piano strumenti acustici, percussioni e gran casse per esaltare le basse frequenze».


Emerge sia dalla sonorità sia dalle tematiche affrontate il territorio americano, è d’accordo?
«La mia esperienza all’Esplanade Studio di New Orleans come assistente è estremamente tangibile nel suono e nella costruzione dei brani di Four, non fosse altro perché per la maggior parte è stata scritta durante quel periodo, vivendo a contatto con leggende viventi e incredibilmente fertili. Per i testi ho fortemente voluto non modificare in alcun modo la metrica e la fonetica di quelli che erano i demo. Non è obbligatorio che il testo di una canzone abbia un significato completo se questo significa snaturare la musicalità di un brano: il nostro istinto lavora meglio e se ha deciso che quella è la metrica giusta probabilmente ha ragione lui».


Lei e il suo gruppo siete nati a Cesena, come mai sentite il bisogno di un respiro internazionele per la musica che suonate?
«Il mondo musicale nostrano era diverso da oggi ed esperienze come l’indie e l’emo rock di matrice americana di metà anni novanta, forse in questa città più che altrove. La lingua con cui si esprime la propria musica ha a che fare con il sentirsi a proprio agio con il proprio spazio sonoro; sarebbe interessante ci fossero meno confini culturali visto che quelli economico/politici almeno in teoria sono stati abbattuti vent’anni fa. Quello che mi stupisce è che una band italiana che canta in inglese nel 2019 sia vista ancora come una “stranezza”».
Cosa si aspetta da coloro che acquistaranno il vostro album?
«Quello che spero è che che venga acquistato il disco, facendo emozionare. Ci abbiamo messo l’anima e tutto lo sforzo che era nelle nostre possibilità perché ci fosse meno spazio possibile tra l’idea della canzone, la sua emotività e la forma che ha acquisito una volta registrata. Spero che qualcosa arrivi al cuore di qualcuno».


Quale definizione darebbe alla vostra musica?
«Definire indefinibile quel che è semplicemente una forma di rock e folk messi insieme so che può far sorridere, ma per me lo è. Sono queste due cose insieme ma sono anche altro, sono le nostre influenze e soprattutto le nostre esperienze condensate tra i soliti quattro accordi di una chitarra ed i soliti ritmi di batteria».


La terra romagnola cosa rappresenta per lei?
«Una terra meravigliosa piena di meravigliosi talenti, sprecati ma affascinanti. Una terra che ha nell’accoglienza del proprio clima, nell’armonia e nella diversità della propria geografia e nel complessivo buon funzionamento delle proprie strutture economico/sociali, allo stesso tempo, la propria più grande arma e la propria più grande maledizione».

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