Fotografia, Letizia Battaglia a Forlì: l’intervista

Una guerriera dai capelli color fucsia: con i suoi 86 anni, e appena reduce da una polmonite, Letizia Battaglia ha comunque tenuto negli scorsi giorni a Forlì un master a un gruppo di giovani, una attività collaterale a Essere umane, in corso ai Musei San Domenico di Forlì, dove sono ospitati diversi scatti della fotografa palermitana.

«La mostra è bellissima – sottolinea Battaglia – e fa capire, come mai forse è successo prima, che l’appartenenza di genere entra in tutto: nel modo di scrivere, di cucinare, di fotografare… Fra uomini e donne del resto c’è una sensibilità diversa, e le donne oggi sono anche più coraggiose: vogliamo crescere, superare il tempo in cui ci si diceva di stare zitte, tanto comunque nessuno ci avrebbe ascoltate».

Quindi anche nel modo di scattare, oltre che nei soggetti che si scelgono, esiste uno specifico femminile.

«Per quanto mi riguarda, io riconosco le foto fatte dalle donne: l’uomo scatta per imporre il suo punto di vista, le donne invece si mescolano con quello che riprendono, e la foto diventa un mezzo di comunicazione fra loro e il mondo. Io stessa non riprendo solo la bambina, il sorriso, il cavallo, ma me stessa dentro quella bambina, quel sorriso, quel cavallo».

Si può parlare di empatia?

«In fondo sì, se la intendiamo come un modo di vedere se stesse dentro le cose. I fotografi uomini, penso anche a un Salgado per esempio, fotografano con eleganza, ma certo non con pietà».

È un giudizio forte.

«Ma lo esprimo a ragion veduta: penso a questa mostra, che va dalle origini della fotografia al femminile a oggi, con un’osservazione della realtà che a un fotografo sarebbe stata impossibile. Ma poi, vada a vedere gli scatti di Sally Mann, che ha fotografato i suoi figli con un taglio impensabile per un uomo, con tenerezza ma anche con il senso del pericolo che incombe su dei bambini. Insomma, è un altro modo di cercare il mondo: noi lo facciamo con amore».

Lei è stata una testimone di ore buie nella sua Sicilia, e ha ripreso momenti tragici della guerra che la mafia combatte contro lo Stato.

«Però penso che non siano le immagini a spingere a fare cose, è il popolo che deve capire e deve smettere di votare dei mascalzoni. Sono pochi gli uomini che fotografo: e uno è il giudice Nino Di Matteo che metto spesso nei miei libri anche in segno di gratitudine per l’impegno, la fatica… e il pericolo che si prende per noi».

«Quanto al resto – continua –, nel 2003 me ne sono andata dalla Sicilia, constatando il successo di Berlusconi. Mi sono rifugiata a Parigi, lo confesso, in preda alla depressione, disperata nel vedere che la gente sembrava aver dimenticato tante cose, tanti morti… Ma poi ho ricominciato a lottare, e nel Centro internazionale di fotografia di Palermo che dirigo ho creato un reparto tutto sulla mafia con le opere di 12 autori: voglio che i ragazzi vedano quelle immagini, poi, chissà se cambieranno qualcosa in loro. Certo che la mancanza di prospettive, dell’organizzazione di un pensiero e del lavoro per i giovani in Sicilia, in Campania, in Calabria specialmente, non fa ben sperare per il loro futuro. Io però non amo le mie “foto di mafia”, amo riprendere le bambine, le donne, la dolcezza, che mi riporta al mio sogno di un mondo bello, equo, senza prepotenze».

E per raccontarlo, il bianco e nero.

«Che è elegante, solenne: vuoi mettere che meraviglia? Pensi a un corpo nudo: ripreso in bianco e nero è elegante, perché il bianco e nero è rispettoso e sublime, è capace di rendere ogni cosa nella sua essenzialità, nella sua verità».

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