Fotografia, la quarantena secondo Silvia Camporesi

Domestica è l’ultimo libro della fotografa forlivese Silvia Camporesi. Raccoglie gli scatti realizzati durante la quarantena, nella prima fase dell’emergenza Covid-19. Il racconto per immagini di una clausura in cui l’occhio dell’autrice si sofferma su piccoli oggetti della vita quotidiana, cercando di dare una nuova interpretazione allo spazio e alla luce.

Oltre allo spazio fisico delimitato, quale altro filo conduttore si dipana attraverso il libro, quale sentimento?

«Tutta la serie nasce da un desiderio, che avevo da tempo, di lavorare sulle teorie di Maria Montessori, grande pedagogista del secolo scorso; un’idea che è sorta dal momento in cui sono diventata madre. Ho sempre rimandato questo progetto per seguirne altri più urgenti, poi durante il lockdown mi sono trovata a condividere molto tempo con le mie figlie, osservandole nei loro giochi, nelle loro invenzioni, e così ho pensato di sfruttare quei giorni insieme per raccontare fotograficamente il mondo dentro casa e nel giardino, vissuto assieme a loro».

Cosa ha significato per lei riuscire a creare anche in uno stato di limitazione?

«Per me è stato un atto di sopravvivenza mentale. La creatività è come un muscolo e va allenata quotidianamente. Penso alla frase del pittore Apelle: “Nulla die sine linea”, ovvero idealmente “una linea al giorno”, realizzare qualcosa ogni giorno. Mi sono imposta l’obiettivo di scattare una fotografia valida ogni giorno, una fotografia che raccontasse qualcosa di quella giornata, un piccolo accadimento, per esempio la rottura di una stoviglia, un’invenzione creata con le bambine, un gioco improvvisato e cose del genere. Perché di quei giorni non rimanesse solo un ricordo stonato, ma anche il pensiero di qualcosa legato alla creatività, alla pura invenzione».

Le illustrazioni sono delle sue bambine, tra le protagoniste non solo del tuo lockdown ma anche del libro. La fotografia è stata di aiuto anche a loro?

«L’idea delle illustrazioni è stata dell’editore Claudio Corrivetti di Postcart e ovviamente mi ha entusiasmato. Le bambine mi osservavano fotografare e ogni tanto erano loro a invitarmi a scattare. A questo proposito mi è rimasta impressa una frase della mia figlia maggiore, ha cinque anni. Un giorno in cui stavo preparando una spremuta, dopo aver tagliato due arance sono andata a prendere la macchina fotografica e mentre stavo per scattare lei mi ha detto: “Mamma, le arance si mangiano, non si fotografano”. Una frase che ha aperto una grande questione filosofica su cosa valga la pena fotografare».

Qual è la foto di “Domestica” a cui è più legata e perché?

«La fotografia del piatto rotto. È nato tutto da lì. Un giorno ho preso in mano un piatto e quello si è spezzato in due parti, senza un apparente motivo. Ho pensato che quel piatto fosse una metafora delle nostre vite di quell’esatto momento, di una crepa che si insinuava in noi velocemente, cambiando tutto e tutti. Oggi stiamo vivendo la tensione della seconda ondata».

Riesce a immaginare una foto capace di rappresentare l’attualità?

«Un’immagine che a un certo punto, nella sua lunghezza, si interrompe e rimane frastagliata, incomprensibile. Sarebbe un’immagine ambigua, lascerebbe allo spettatore il compito di aggiungere la propria visione, completandola».

Lei è anche docente di fotografia alla Libera Accademia di Belle Arti di Rimini. Considerato il momento che stiamo vivendo, quali segnali le arrivano dai giovani, in termini di stati d’animo e comportamento?

«Sicuramente un grande scoraggiamento generale che porta i giovani al non fare. Non è semplice insegnare fotografia da remoto, motivare i ragazzi a fare progetti carichi di inventiva, perché il clima che stiamo vivendo non lo permette. Io faccio il possibile, cerco di tenere alto l’entusiasmo, ma sicuramente aspettiamo tutti l’arrivo di tempi migliori».

Sta già lavorando a qualche progetto da realizzare, passato questo momento?

«Devo concludere un progetto iniziato nel 2017, interrotto prima per gravidanza e poi per la situazione attuale. Si tratta di una ricognizione di luoghi italiani di grande fascino, ma poco noti al grande pubblico. L’obiettivo è visitare tutte le regioni italiane e pubblicare le immagini della serie in un libro».

Per un fotografo la luce ha un’importanza cruciale. La sua, domestica, che caratteristiche ha?

«La mia luce domestica è calda e accogliente, è il senso di casa, di appartenenza».

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