Fotografare i cantanti a Sanremo è un sogno. Parola di Piraccini

Il cesenate Marco Piraccini (1981), da molti anni a Milano, psicologo di formazione, fotografo per passione, è nell’élite dei 20 fotografi del 72° Festival di Sanremo (dai sessanta degli anni scorsi). Marco è già al suo 8° festival attivo per l’agenzia Mondadori Portfolio (a gennaio gli ha pubblicato la sua prima copertina su “Sorrisi e canzoni”); dall’edizione passata si è pure guadagnato un posto fisso nella balconata dei “clic”, senza dover più itinerare per le sale. La frenetica settimana del festival, che si apre stasera alle 21, prende il via per il romagnolo alle 11.30, con la conferenza del direttore ravennate Amadeus, e procede fino quasi al mattino: «L’ingresso all’Ariston per noi fotografi è alle 20, i riflettori si spengono attorno alle 2, 2.30 di notte. Poi, rientrato nell’abitazione, devo scaricare il vasto materiale, selezionarlo, editarlo, inviarlo all’agenzia, lavoro questo che mi impegna fin quasi alle 6,6.30 del mattino. La selezione di quanto raccolto richiede tempo, io faccio tutto da solo, non ho aiuti; inoltre mi sento così grato e fortunato per l’opportunità che mi viene data, che mi impegno davvero al massimo, tanto più ora che noi fotografi siamo stati molto ridotti di numero, sento tanto la responsabilità».

Come è arrivato, Marco, a questo traguardo?

«Mi riconosco una qualità: la tenacia. Ho sempre creduto in questo sogno, vivere di arte, fotografia, musica. L’essere stato scelto da Mondadori si deve un po’ alla fortuna, un po’ all’avere sempre investito in prima persona. I miei primi anni a Sanremo – la prima volta venni nel Duemila per testare da vicino questo mondo – sono stati senza supporto, attraverso rapporti amicali cercavo di entrare per fotografare ma senza committenti. Capitò poi che Romina Piperno, producer Mondadori, mi chiese alcuni scatti che furono pubblicati su Grazia, da lì un colloquio ed eccomi qui. Diciamo che sono io che ho portato Sanremo all’agenzia, prima si appoggiava ad altre».

Al di là della tenacia, lei così alto, biondo, di bell’aspetto, sembra più il modello dei fotografi che non un fotoreporter.

«Diciamo che non passo inosservato, e che non mi presento con lo smanicato da pescatore, ma con look più ricercati. Ciò è stata anche fonte di battutine e critiche dei colleghi, ma non mi importa; ciò che fa la differenza nello scatto, più della tecnica e dell’aspetto fisico, è l’affetto sincero e il rispetto che ho per l’artista. Fatto questo che mi ha consentito di avvicinare, fotografare artisti, ma anche di mantenere nel tempo i rapporti con loro, fino a diventare amico di coloro che mi hanno ispirato. Ho potuto avvicinare tante celebrità anche iconiche, da Madonna a Lady Gaga, a Sofia Loren, Cate Blanchett, Cher, le nostre Amanda Lear, Patty Pravo, Milva, Rettore, Ivana Spagna, i Maneskin, fino alle romagnole Laura Pausini e Raffaella Carrà. Il mio intento è di esprimere l’idea della persona che mi porto dentro, oltre lo scatto, in modo rispettoso cosa che gli artisti riconoscono; per questo mi salutano, con stupore dei colleghi, perché con me sentono e condividono un’empatia».

Soffermiamoci sulla nostra icona, Laura Pausini, superospite a Sanremo.

«Con lei c’è un legame, un’alchimia, ci scriviamo, mi sento altamente privilegiato della sua stima, sono stato il fotografo del suo unico firmacopie per l’album Fatti sentire, in piazza Duomo a Milano fra 25mila fan. In occasione dell’omonimo tour accompagnai mia mamma al suo concerto a Rimini; prima di partire, nella mia camera cesenate trovai una cartolina da adolescente relativa al primo tour di Laura che provò al Carisport di Cesena, al quale mi accompagnò mia mamma, più o meno 25 anni prima. Inviai la cartolina a Laura aggiungendo che “25 anni fa la mamma mi accompagnò al tuo concerto, mentre oggi sono io ad accompagnare mia madre a vederti”. Ebbene, durante il concerto dal palco di Rimini Laura Pausini mi riconobbe e al microfono raccontò quella storia pubblicamente».

Com’è il Festival di Sanremo visto da un fotografo?

«Come si può descrivere un sogno? È tutto quello che immaginavo, quando entro all’Ariston mi manca il fiato, consapevole di vivere qualcosa di unico, che mi fa rimanere ogni volta a bocca aperta».

Torna il maestroStefano Nannima non solo lui

Nella gara del Festival torna per la 5ª volta la bacchetta cesenate di Stefano Nanni, pianista, compositore, arrangiatore. Suoi arrangiamento e direzione del “big” Giovanni Truppi che mercoledì canta “Tuo padre, mia madre Lucia”. Brano questo che ha già ottenuto due riconoscimenti: il Premio Lunezia per la qualità dei contenuti, e il Premio Mei di Faenza a Truppi come “miglior artista indipendente”. «Giovanni Truppi – dice Giordano Sangiorgi, patron del Mei – rappresenta la linea della musica indipendente italiana, capace di crescere piano piano nel rapporto con il pubblico, mantenendo intatta la sua integrità artistica». Nanni dirige Truppi insieme a Vinicio Capossela anche venerdì, nel duetto cover di De André “Nella mia ora di libertà”.

Giovedì 3 si esibisce a Casa Sanremo Enea (Pilotto), 29 anni, di Sant’Agata Feltria in “San Lorenzo”, primo brano di un album che uscirà per l’etichetta 3 Sound Record di Savignano. A immortalare i protagonisti di Casa Sanremo ci sono poi i clic della riminese Valentina Sabino, già attiva a “Deejay on stage” di Riccione. CLA.RO.

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