Dalle montagne ecuadoriane alla pianura forlivese, arriva “Tatarabuela” il progetto di commercio equo solidale nato da un’idea di Caterina Amadei, giovane laureata in traduzione e mediazione linguistica, al rientro da un anno di servizio civile a Guaranda. «Desideravo fare parte di un progetto di sviluppo ambientale – racconta Amadei – così sono partita per l’Ecuador tramite l’agenzia Gondwana Sud. A Guaranda sono stata accolta da Fepp: una Ong che si occupa dello sviluppo di comunità rurali attraverso progetti di vario tipo come l’accesso all’acqua potabile per le persone più isolate, la riforestazione dell’ecosistema andino, il contrasto alla denutrizione infantile e il sostegno all’economia locale, che è l’ambito in cui sono stata inserita io».
“Tatarabuela”, il ponte equo solidale tra l’Ecuador e Forlì
L’impegno
Amadei, infatti, si è presa cura della comunicazione online e della gestione logistica di Tiendaquilla, un negozio artigianale locale: «Frequentavamo molti mercatini per acquistare prodotti del territorio da rivendere nel nostro negozio, in modo tale da sostenere i piccoli venditori, i quali faticano ad avere visibilità». Gli articoli in vendita spaziavano da specialità alimentari, come liquori e formaggi, a capi di abbigliamento artigianali, tra cui maglioni in lana di alpaca. «Tramite Fepp – continua – ho inoltre tenuto corsi di formazione per permettere agli imprenditori locali di pubblicizzarsi da soli attraverso le varie piattaforme social».
La collaborazione
Immersa in un panorama di aiuto reciproco, Caterina evidenzia la grande solidarietà e la grande interazione tra le piccole realtà del luogo, osservando come il commercio equo solidale combatta la tendenza individualista del capitalismo odierno, sia italiano che ecuadoriano: «Molte aziende hanno come unico obiettivo il profitto e sono disposte a schiacciare la concorrenza, soprattutto se più piccola – commenta Amadei – inoltre, i ceti più abbienti in Ecuador disprezzano il lavoro indigeno, per questo i prodotti artigianali non vengono valorizzati come dovrebbero».
L’idea
Da questa esperienza nasce “Tatarabuela”, un progetto che unisce sostegno economico concreto e diffusione culturale. Entrata in contatto con Simiatug Samai - in lingua kichwa “lo spirito di Simiatug” - un’associazione che offre lavoro a un gruppo di donne indigene, Caterina ha conosciuto madri di famiglie numerose che vivono principalmente di agricoltura e allevamento. Per integrare il reddito familiare, queste donne hanno trasformato il ricamo e la cabuya, una fibra vegetale locale, in una preziosa opportunità di riscatto economico. Ispirandosi alla natura che le circonda, le artigiane realizzano a mano pezzi unici - portamonete, borse, marsupi, guanti da cucina, presine, cestini e sottobicchieri - che raccontano la loro identità culturale e spirituale attraverso motivi, colori e tecniche tramandati nel tempo.
Il sostegno
Convinta che il loro lavoro in Italia potesse essere apprezzato e valorizzato, Caterina ha deciso di importare e rivendere questi prodotti. «Ho voluto creare un ponte tra due culture – racconta – acquistando i loro manufatti per farli conoscere anche qui attraverso mercatini itineranti. Per ora sono stata a Marina di Ravenna, Lido di Savio, Cervia e Bellaria». Il nome del progetto racchiude il significato più profondo dell’iniziativa: «Tatarabuela, in spagnolo, significa “trisnonna” – spiega Amadei – l’artigianato diventa un filo invisibile che unisce passato e presente: un sapere antico, tramandato di generazione in generazione, che oggi diventa anche uno strumento di emancipazione femminile».