Moda, in Emilia-Romagna scomparse 154 imprese in 5 mesi

Forlì
  • 17 ottobre 2026

FORLI’. La crisi della moda in Emilia-Romagna arriva all’attenzione del Governo con un’interrogazione di Rosaria Tassinari (deputata e vice coordinatrice vicaria Regionale dell’Emilia-Romagna di Forza Italia e responsabile del partito per la Romagna) al ministro delle Imprese e del Made in Italy. La deputata di Forza Italia chiede quali ulteriori iniziative si intendano adottare per rilanciare il settore, con riferimento anche al Piano strategico presentato dalle associazioni di categoria e agli obiettivi del Libro Bianco “Made in Italy 2030”.

«Tra marzo e luglio del 2026», dice Tassinari, «in Emilia-Romagna sono scomparse 154 imprese del settore, con una contrazione del 2,6 per cento. Dietro questi numeri ci sono imprenditori, lavoratori e famiglie che stanno pagando un prezzo pesantissimo. Ho presentato questa interrogazione per chiedere interventi capaci di sostenere la produzione, accompagnare il rilancio delle aziende e salvaguardare un patrimonio di competenze che rischiamo di perdere».

Il quadro regionale restituisce le difficoltà di un sistema che conta circa 15 mila imprese. Nel 2025 l’export della moda emiliano-romagnola è diminuito del 6,9 per cento, mentre le ore di cassa integrazione straordinaria nell’abbigliamento hanno raggiunto quota 562 mila, con un aumento del 25 per cento rispetto all’anno precedente. Particolarmente colpito il distretto dell’abbigliamento di Rimini, dove le esportazioni sono scese del 13,8 per cento e si sono persi 250 posti di lavoro, in maggioranza occupati da donne. In sofferenza anche il calzaturiero di San Mauro Pascoli, con una flessione dell’export del 10,2 per cento.

Nell’interrogazione Tassinari richiama alcune delle vertenze più delicate: la chiusura dello stabilimento Woolrich, con 78 licenziamenti; la crisi di Aeffe, con 221 esuberi annunciati e una procedura di composizione negoziata in corso; le difficoltà di Gilmar e il rischio di chiusura per Aesse Project e Fuzzi, realtà che hanno lavorato per importanti marchi internazionali.

«La preoccupazione», aggiunge, «riguarda anche tutte le piccole e medie imprese che lavorano attorno ai grandi marchi. Quando una grande azienda entra in crisi, le conseguenze si scaricano sui fornitori, sui laboratori e sull’intero distretto. Spesso le aziende dell’indotto sono realtà di piccole dimensioni, che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso agli ammortizzatori sociali e dispongono di meno risorse per affrontare il calo delle commesse. Occorre tenere conto anche di questa fragilità, perché il rischio è che le imprese più piccole e i loro dipendenti restino meno tutelati. In Romagna questo legame produttivo è fortissimo: difendere la filiera significa tutelare la tenuta economica e sociale di intere comunità».

Le difficoltà regionali si inseriscono in una crisi nazionale alimentata dalle tensioni geopolitiche, dai dazi, dal calo dei consumi e dai cambiamenti del mercato. L’interrogazione richiama uno studio della LIUC Business School, presentato da Confindustria Moda, secondo il quale, senza provvedimenti urgenti, il comparto italiano rischia di perdere 35 mila posti di lavoro e 4.600 aziende.

«Gli ammortizzatori sociali», conclude la deputata, «sono indispensabili per affrontare l’emergenza, ma devono essere affiancati da prospettive industriali. Al ministro chiedo come si intenda dare seguito alle proposte delle associazioni di settore, sostenendo gli investimenti e la competitività delle nostre imprese, con attenzione anche alle realtà più piccole dell’indotto. La qualità della manifattura italiana si costruisce con anni di lavoro e formazione: disperderla avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre questa fase di crisi».

Newsletter

Iscriviti e ricevi le notizie del giorno prima di chiunque altro Clicca qui