C’è una Romagna nascosta che continua a vivere nel rumore dell’acqua e nel lento girare delle macine. Una Romagna fatta di boschi, borghi e antichi mestieri, dove i mulini non erano solo strumenti di lavoro ma veri e propri centri di vita comunitari, luoghi che custodiscono ancora memoria, identità e saperi antichi.
Come nel caso del Mulino di Castel dell’Alpe, conosciuto anche come Mulino Biondi, uno dei due mulini ad acqua ancora funzionanti nel territorio di Premilcuore. Un contesto dove il tempo sembra essersi fermato, immerso nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, alla confluenza tra il rio dei Piani e il fiume Rabbi.
Qui l’acqua continua ancora oggi a muovere tre antiche macine in pietra: una dedicata al grano, una al mais e alle castagne, mentre una terza, un tempo usata per le biade degli animali, è ferma. Fino agli anni Sessanta il complesso alimentava anche una piccola segheria ad acqua, segno di un’economia montana che ruotava interamente attorno alla forza naturale dei corsi d’acqua.
Le radici del mulino affondano nel Medioevo. Le prime testimonianze scritte risalgono al 1231, quando il territorio passò sotto il controllo dei conti Guidi di Modigliana. Nei secoli, il mulino ha attraversato alluvioni, ricostruzioni e passaggi di proprietà, accompagnando la storia di Castel dell’Alpe, piccolo borgo sorto lungo antiche vie di collegamento tra Romagna e Toscana, come la storica Via Fiorentina.
Distrutto da una piena nel Cinquecento, venne ricostruito nel 1583 in una posizione più sicura. Nell’Ottocento passò prima alla famiglia Spagnoli e poi, dal 1897, ai Biondi, che ne hanno custodito la storia fino ai restauri tra gli anni Ottanta e Novanta. Oggi il mulino non produce più per il mercato, ma continua a macinare per finalità didattiche e culturali. È un presidio di memoria viva, dove storia, ambiente e tradizione si incontrano. E dove, ancora una volta, l’acqua continua a raccontare la sua storia.