Dopo quarant’anni di professione, sedici dei quali trascorsi alla guida della Pediatria di Forlì, Enrico Valletta si prepara ad andare in pensione. Ad agosto, infatti, timbrerà il cartellino per l’ultima volta.
Dottor Valletta del primo giorno da medico in reparto di pediatria cosa ricorda?
«Il ricordo del mio primo giorno di quarant’anni fa è molto particolare: il direttore di allora mi disse chiaramente che quel posto era stato pensato per chi in graduatoria era subito dopo di me e il messaggio era chiaro. Gli risposi che non mi importava e che io lì ero e lì rimanevo. Siamo andati poi molto d’accordo per sette anni ed è stato un grande direttore. Il mio primo giorno a Forlì, invece, è stato decisamente più semplice. Era ancora Ausl di Forlì e l’ambiente era, per così dire, molto familiare. Alla presentazione ero emozionato e tutti sono stati molto accoglienti e anche curiosi perché non mi conoscevano proprio».
In quarant’anni di carriera, come sono cambiate le patologie riscontrate tra i bambini?
«Le conoscenze che oggi abbiamo, non solo delle malattie ma anche del normale funzionamento dell’organismo dei bambini, non sono paragonabili a quelle di allora. Siamo riusciti a dare un nome a malattie che un nome non l’avevano ancora, a diagnosticarle con tecnologie a quel tempo impensabili, a curarle con farmaci che allora proprio non esistevano. A prevenirle, anche, con vaccini sempre più efficaci. Abbiamo assistito ad un ridimensionamento delle malattie acute infettive e all’emergere ineludibile dei bisogni legati alla cronicità e alla salute mentale».
In questo senso, quanto sono frequenti oggi le diagnosi legate alla sfera psicologica e neurologica?
«La psicopatologia e i disturbi psichiatrici dell’infanzia e dell’adolescenza sono l’emergenza di questo decennio. Autismo, problemi comportamentali, stati depressivi o ansiosi, disturbi del comportamento alimentare, aggressività, autolesionismo o ideazioni suicidarie giungono sempre più spesso alla nostra attenzione come mai prima d’ora. È certamente un problema sanitario, soprattutto perché i servizi fanno fatica a dare risposta a tutti nei tempi opportuni, ma è ancor più un problema sociale che è specchio delle difficoltà, delle incertezze e dei contrasti che attraversano il vissuto dei giovani in questo tempo».
C’è un progetto avviato negli anni in reparto a Forlì che le sta particolarmente a cuore?
«Ne scelgo due, uno generale e uno specifico. Il primo riguarda lo sviluppo delle competenze specialistiche dei pediatri del nostro reparto: con impegno e non senza qualche difficoltà siamo riusciti a rendere operativi numerosi ambulatori specialistici che ci consentono di dare una risposta, credo soddisfacente, ai bisogni più diffusi dei bambini. Tutti i medici della Pediatria saranno impegnati a mantenere e a sviluppare nel tempo questa impostazione. Il secondo progetto riguarda l’assistenza ai bambini con malattie croniche o che richiedono cure palliative. È un progetto di rete di grande valore etico che è oggi affidato alla Pediatria di Comunità di Forlì e che vede il proprio braccio operativo nell’ambulatorio per il bambino ad alta complessità assistenziale. Anche questo è parte della pediatria del futuro».
Cosa le hanno insegnato i bambini, più che i libri di medicina?
«Sui libri di medicina si imparano la fisiologia e la patologia, i bambini e le loro famiglie ti aiutano a capire la vita. Fare il pediatra per molti anni significa entrare nelle vite di migliaia di persone, è un’esperienza che ti forma senza che tu te ne accorga e che ti definisce come persona oltre che come medico. Non saprei come altro dirlo in poche parole».
C’è un momento di leggerezza o un caso clinico in particolare che ricorda con particolare piacere in tanti anni di lavoro?
«Mi è accaduto di essere invitato da alcuni genitori di bambini con gravi disabilità a condividere eventi per loro significativi, fuori dall’ambito di lavoro o nel loro ambiente di vita quotidiano. Sono occasioni nelle quali comprendi molte cose e anche il perché di quello che hai scelto di fare nella vita.
Quando andrà ufficialmente in pensione? Ha intenzione di continuare in qualche forma con la professione, la scrittura, la formazione dei giovani colleghi?
«In agosto “timbrerò il cartellino” per l’ultima volta e i miei figli mi hanno già regalato un Umarell che tengo sulla scrivania, vedremo! Scrivere e interessarmi di pediatria mi è sempre piaciuto, credo continuerò a farlo. Collaborerò con i colleghi di qualche associazione e rivista scientifica e avrò certamente il tempo e l’occasione per contribuire a qualche progetto, professionale o di volontariato. Questo è un territorio che offre tante possibilità da questo punto di vista, ma anche avere un po’ più di tempo libero non è un’opzione da scartare. Vorrei spendere qualche parola per salutare con riconoscenza tutti coloro che, con ruoli diversi, mi hanno guidato, consigliato e accompagnato in questi sedici anni a Forlì. Sono stati anni per me molto belli, intensi, talora anche difficili, ma che posso ripercorrere con gratitudine, convinto che qui , come mi disse la direttrice che mi accolse sedici anni fa, lavorano persone che ci credono ancora».
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