Caduto sul balcone sottostante, ha chiesto 100mila euro di risarcimento alla struttura del Forlivese dove era ricoverato dopo un dichiarato tentativo di suicidio. Ma la corda artigianale con cui si era calato prima di riportare la frattura al piede nell’impatto con il pavimento, unita alle testimonianze di altri pazienti e personale medico e infermieristico, ha indotto il giudice Valentina Vecchietti a ritenere l’infortunio conseguenza non di un gesto autolesivo, bensì di un tentativo di fuga. Un elemento che ha portato al rigetto della richiesta avanzata dall’uomo (un 39enne romano residente a Rimini assistito dagli avvocati Barbara Succi e Francesco Pisciotti), ricoverato nella struttura psichiatrica nell’ambito di un percorso di cura disposto a seguito dell’assoluzione per incapacità di intendere e volere dall’accusa di tentato omicidio dopo aver picchiato, accoltellato e poi cercato di finire investendolo in auto davanti a un piccolo supermercato di Rimini un 25enne nel marzo del 2017 .
I fatti
L’episodio risale al periodo di ricovero nella struttura psichiatrica del Forlivese, dove l’uomo era ospite nell’ambito di una misura terapeutica disposta dall’autorità giudiziaria. Secondo quanto ricostruito in sede processuale civile, nel settembre 2020 il 39enne aveva improvvisato una corda artigianale per calarsi dal sesto piano dell’edificio, finendo però per precipitare sul balcone sottostante, riportando una lesione al piede.
La richiesta del risarcimento
Da qui la richiesta di risarcimento danni patrimoniali e non patrimoniali per 100mila euro, avanzata nei confronti della struttura sanitaria, ritenuta responsabile - secondo la tesi dell’uomo - di non aver impedito un gesto riconducibile a un tentativo di suicidio.
Il rigetto
Una ricostruzione che però non ha convinto la giudice Valentina Vecchietti, che ha invece ritenuto come l’organizzazione del gesto e le modalità dell’azione fossero compatibili con un tentativo di fuga e non con un intento autolesivo. In questo quadro, è stata esclusa la responsabilità della struttura (a giudizio c’era il legale rappresentante rappresentato dall’avvocato riminese Stefano Monti), portando al rigetto della domanda risarcitoria.