Forlì. Suicidio dopo il servizio delle “Iene”, archiviazione per quattro giornalisti

Si chiude con l’archiviazione il caso contro quattro giornalisti televisivi accusati di diffamazione e violazione della privacy. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Forlì, Ilaria Rosati, ha infatti disposto l’archiviazione del procedimento penale a carico del giornalisti Mediaset Marco Fubini, Sabrina Marta Angiolini, Matteo Viviani e Davide Parenti accogliendo la richiesta della Procura. Al centro della vicenda, un servizio sul 64enne di Forlimpopoli che si è tolto la vita dopo la messa in onda del programma “Le Iene”. Un dramma nel dramma poiché il suicidio è avvenuto 14 mesi dopo quello di Daniele, 24 enne forlivese che per un anno aveva chattato, innamorandosene, con quella che credeva essere Irene. Aveva poi deciso di farla finita una volta scoperto che, in realtà, Irene non esisteva poiché dietro la sua falsa identità c’era il 64enne di Forlimpopoli. Quest’ultimo era, per questo, stato condannato per sostituzione di persona.

Interesse mediatico

La storia aveva scosso profondamente non solo la comunità di Forlimpopoli, dove si svolsero le riprese, ma aveva sollevato un interesse mediatico di portata nazionale. Secondo il giudice, non c’è stata, dunque, violazione della privacy poiché i volti dell’uomo e della madre disabile ripresi durante il servizio televisivo erano stati oscurati, rendendo impossibile il riconoscimento da parte di osservatori esterni. Il fatto che alcuni abitanti di Forlimpopoli li avessero comunque riconosciuti non dimostra, secondo il giudice, un nesso causale diretto con la messa in onda del servizio, considerato il clamore che la vicenda aveva già suscitato nell’intera comunità. Quanto alla diffamazione, il Gip ha richiamato un consolidato orientamento della Suprema Corte, secondo cui il giornalista che effettua un’intervista può beneficiare dell’esimente del diritto di cronaca con riferimento al contenuto delle dichiarazioni ingiuriose o diffamatorie rilasciate da terzi, purché le riporti fedelmente, in modo imparziale e senza domande capziose, e sempre che l’intervista presenti profili di interesse pubblico.

La violazione

Infine, secondo il giudice, le domande incalzanti del giornalista rivolte al 63enne non sono mai state diffamatorie e per questo, al massimo, possono essere oggetto di valutazione deontologica.

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