Continuano in Duomo gli scavi archeologici, atti a verificare l’origine delle piccole fratture riscontrate in alcuni basamenti interni. L’indagine, coinvolgente i due grandi colonnati ai lati della navata centrale, è stata richiesta dalla Soprintendenza in vista del cantiere di consolidamento delle coperture della chiesa e di restauro della Cappella della Madonna del Fuoco, che dovrebbe insediarsi il prossimo anno e concludersi entro il 2028, l’anno del 6° centenario del miracolo mariano. «Non sono criticità che destano preoccupazione – dichiara l’architetto Mirko Samorì, incaricato delle verifiche tecniche assieme all’ingegnere Alberto Gentili – tuttavia stiamo operando dei saggi generali, propedeutici al progetto unitario che dovremo redigere, in accordo con la Soprintendenza, di restauro di diverse parti della Cattedrale».
Gli scavi, affidati alla ditta Zambianchi di Galeata, sono visibili all’altezza delle cappelle di San Giuseppe, del Santissimo Sacramento e della stessa Madonna del Fuoco, ma anche all’esterno dell’edificio, nel lato prospiciente la piazza dominata dalla stele mariana, sormontata dalla statua in marmo di Clemente Molli. «Per arrivare ad una definizione completa delle indagini – dichiara Andrea Bergamaschi della Cooperativa In Terras, incaricata delle verifiche archeologiche – occorre scavare sino a tre metri di profondità, laddove si presume poggino le fondamenta dei colonnati. Nel frattempo stanno emergendo decine di scheletri, risalenti ad epoche storiche diverse». La maggior parte dei resti umani è stata rinvenuta ai piedi del colonnato di destra, guardando il catino dell’abside dominato dall’affresco capolavoro di Pompeo Randi “L’invenzione della Croce”. Fino all’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che stabilì che le tombe venissero poste “al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali”, i defunti venivano sepolti in chiesa (le persone di alto rango) o nelle aree esterne contigue. Posto che l’attuale Cattedrale di Forlì risale al rifacimento voluto nel 1840 dall’allora vescovo Stanislao Vincenzo Tomba, è chiaro che le sepolture che riaffiorano sono tutte riferibili alla primitiva chiesa romanico gotica. Il problema della stabilità delle fondazioni del Duomo viene, se così si può dire, da lontano, visto che fu uno dei motivi ufficiali che portarono la Diocesi a demolire la precedente chiesa madre, risalente al XV secolo. «Un problema che si presentava - scrive Giordano Viroli in Le chiese di Forlì - era il progressivo abbassamento di due colonne e precisamente della prima alla destra dell’altare maggiore, che poggiava su pali di rovere ormai fradici».
«Non sappiamo quanto durerà il cantiere archeologico – conclude Bergamaschi di In Terras – anche perché dipende dalla quantità di ossa che troveremo, tutte da catalogare e affidare alla Soprintendenza». A proposito delle maestose colonne poggianti sulle basi oggetto di indagine: «Sono fatte in marmoridea - scrive Silvia D’Altri nel suo Duomo di S. Croce in Forlì - ossia con tecnica che permette di ricreare il marmo utilizzando scagliola dipinta». Il risultato è straordinario e continua a stupire a 180 anni di distanza dal loro innalzamento.