Forlì ricorda Angelo Masini a cento anni dalla morte

Forlì

Sono due gli eventi in programma oggi a Forlì per ricordare Angelo Masini nel primo centenario dalla morte. Il primo sarà alle 11 nel Pantheon del Cimitero monumentale, in cui è posto un busto dedicato al grande tenore, scomparso il 28 settembre 1926, all’età di 81 anni. L’iniziativa vedrà l’intervento del sindaco Gian Luca Zattini e dei familiari Maria Bernardetta Masini, con Jacopo e Gregorio Leonardo, Nicolò Masini e Luigi Masini, chiamati a ricordare sia l’indiscutibile spessore artistico, che l’eredità umana del celebre concittadino. Alle 20, nella chiesa di Santa Maria in Castellaccio, a Massa Castello, per iniziativa della Fraternità Sacerdotale San Pio X verrà celebrata una messa in suffragio secondo il rito romano tradizionale e in lingua latina, accompagnata da un programma musicale di particolare ricchezza. La semplicità della casa natale di Angelo Masini, posta al civico 24 di via Carlo Cattaneo, nel cuore di Borgo Schiavonia, la dice lunga sul salto di qualità operato negli anni grazie alla sua straordinaria abilità canora. Il tenore nacque il 27 novembre 1844 da Stefano Masini e Maria Zoli. Non essendo coniugati, i genitori furono costretti, dalle leggi dello Stato Pontificio, a veder dichiarato “esposto” il figlio senza averlo mai abbandonato. A dicembre il piccolo fu dato in affidamento ad una balia e a febbraio dell’anno successivi fu consegnato a Teresa Farneti in una casa di San Martino in Strada, presso la quale visse per più di cinque anni. Il 24 ottobre 1850, il futuro “tenore angelico” fu riconsegnato ai genitori, subito dopo che questi si erano regolarmente uniti in matrimonio. Come spesso accade ai grandi personaggi della storia, “l’usignolo del mondo”, come lo definivano in Russia, non fu profeta in patria. «In Romagna - scrive Roberta Paganelli nell’opuscolo “Il re dei tenori del XIX secolo” - il divin tenore fu presente nel 1870 al Bonci (allora Teatro comunale) di Cesena e all’Alighieri di Ravenna, ben quattro volte al Comunale di Faenza (1883, 1891, 1903, 1904), una sola volta, nel 1882, al teatro comunale di Forlì, perché ben si ricordava che una parte del pubblico lo aveva fischiato durante la sua esibizione negli Ugonotti di Meyerbeer, quando aveva dato degli asini a dei giovanotti, che nel palco della Deputazione ridevano e ciarlavano sconsideratamente». Questo spiega perché il maestro, vuoi per l’onta subita, vuoi per superstizione essendo ancora vivente, rifiutò sempre l’intitolazione dello scomparso teatro comunale, andato distrutto nel corso dell’ultima guerra, proponendo piuttosto il nome di un altro forlivese, Giuseppe Siboni. Nel 1905, giunto al termine della straordinaria carriera artistica avviata nel 1868, aveva messo radici a Napoli “per il buon clima”, ma rientrava regolarmente a Forlì, nell’augusta dimora posta al civico 107 dell’allora Borgo Cotogni (attuale corso della Repubblica), in cui il grande cantante lirico, esaltato dallo zar di Russia e da Giuseppe Verdi, si era trasferito nel 1881.

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