Cinquecento ettari circa di terreni agricoli in cui si contano anche numerose case nella lingua di terra, a partire da Ponte Brando fino alle vicinanze del Cer in direzione Pontevico, comprese tra la via Lughese e l’argine del Montone, pronti ad essere allagati in caso di alluvione. È questa l’area interessata dalla proposta di costruzione di vasche di laminazione così come previsto dal nuovo Piano di assetto idrogeologico (Pai), lo strumento tecnico con cui l’Autorità di bacino definisce le misure di messa in sicurezza del territorio dopo le alluvioni del 2023. Una prospettiva, illustrata durante un incontro pubblico tenuto nei giorni scorsi che ha riunito oltre duecento persone, molte delle quali rimaste in piedi, per discutere dei contenuti e delle possibili implicazioni concrete sulla vita quotidiana di chi abita e lavora in quest’area. A fare da filo conduttore della serata, moderata da Gianluca Sardelli, è stato il geologo Riccardo Galassi e sotto i riflettori dell’analisi, la scelta del cosiddetto approccio alla “tracimazione controllata”, su cui Galassi ha espresso riserve nette. «Sarebbe una scelta inaccettabile –ha sintetizzato Sardelli – durante la serata abbiamo discusso quali implicazioni questa opzione avrebbe per il territorio». Tale prospettiva ha comprensibilmente allarmato chi vive e lavora in questo territorio facendo scaturire immediatamente una settantina di adesioni a un’azione collettiva per la presentazione di osservazioni formali al Pai, la cui scadenza è fissata al 18 marzo. Il geologo Galassi si è impegnato a predisporre nei prossimi giorni una bozza di osservazioni tecniche che potrà essere inviata tramite posta elettronica certificata e per chi non disponesse di una propria casella, potrà comunque sottoscriverla attraverso una Pec cumulativa. Dall’assemblea è emersa anche una proposta più strutturata: «Valuteremo – spiega Sardelli – la costituzione di un soggetto giuridico, probabilmente un’associazione, anche se la forma definitiva è ancora in fase di valutazione, dedicato alle problematiche del dissesto idrogeologico nel territorio. L’idea, che ha già raccolto le adesioni di diversi potenziali soci fondatori, è quella di creare un interlocutore stabile capace di agire in modo trasversale rispetto ai confini comunali e provinciali, con l’obiettivo di portare il tema del dissesto idrogeologico al centro dell’agenda politica regionale e nazionale. Le soluzioni non possono essere cercate comune per comune, ma devono essere condivise su scala più ampia». Nelle prossime settimane si vedrà se l’onda lunga di quella serata si tradurrà in azioni concrete. Il primo appuntamento, nel frattempo, è già scritto sul calendario: il 18 marzo, termine ultimo per far sentire la propria voce sul Piano che potrebbe ridisegnare il futuro di questa fetta di Romagna.
Forlì, residenti preoccupati a Villafranca: 500 ettari di terreni allagabili in caso di alluvione