Un’udienza fiume, durata per ore e caratterizzata da un serrato confronto tra accusa e difesa. Si è consumato ieri davanti alla gup Ramona Bizzarri un passaggio cruciale del procedimento a carico di due educatrici di un asilo nido privato, accusate di maltrattamenti ai danni di bimbi in tenerissima età. Nel corso della sua requisitoria, il pubblico ministero Emanuele Daddi ha formulato una richiesta di condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione per ciascuna delle imputate. Una quantificazione della pena che tiene conto dei calcoli stabiliti dal codice penale: la pena base minima prevista per il reato di maltrattamenti è di 3 anni, aggravata dalla reiterazione e dal fatto che le vittime siano minori, ma alleggerita dallo sconto di un terzo previsto dalla scelta del rito abbreviato. L’avvocato Vittorio Manes, difensore delle educatrici, ha svolto una discussione durata ben due ore e mezza per contrastare l’impianto accusatorio. Altre due ore sono state poi impiegate dagli avvocati delle parti civili, Pietro Martines e Daniele Mezzacapo, che hanno ribadito la gravità dei fatti per conto delle 7 famiglie costituite in giudizio, per le quali è stato richiesto un risarcimento complessivo pari a 200mila euro. Si tornerà in aula la prossima settimana per le repliche dell’accusa.
L’attività investigativa era scattata nell’ottobre del 2025 in seguito a una segnalazione circostanziata giunta da una persona ritenuta altamente affidabile, la quale aveva frequentato il nido per motivi professionali. Di fronte al sospetto che all’interno della struttura si consumassero gravi irregolarità pedagogiche, gli uomini dell’Arma hanno avviato un’articolata serie di riscontri, avvalendosi dell’ausilio anche di telecamere. Ciò che le indagini hanno portato alla luce andrebbe ben oltre la semplice rigidità educativa, configurando – secondo la Procura – condotte sistematicamente umilianti, svilenti e lesive dell’integrità fisica e psicologica dei piccoli. Gli accertamenti degli inquirenti avrebbero fatto emergere strattonamenti continui per le braccia, mani o indumenti usati per tappare la bocca ed evitare pianti prolungati, fino alla deliberata trascuratezza igienica con pannolini lasciati sporchi per ore. Le punizioni, spesso sproporzionate, prevedevano metodi coercitivi cruenti e eccessivi. Un bimbo sarebbe stato legato al seggiolone all’esterno della sala mensa soltanto per essersi rifiutato di finire il pasto, un altro piccolo sarebbe stato sottoposto alla medesima punizione per aver colpito un compagno con un cucchiaio di legno del set da cucina giocattolo. Non sarebbero mancati nemmeno episodi di somministrazione forzata del cibo e il totale disprezzo per le sensibilità e i precetti religiosi, come nel caso di carne di maiale data a un piccolo di famiglia musulmana.
Un modus operandi ritenuto dagli inquirenti lontano anni luce dai protocolli e dall’empatia minimamente richiesta in un contesto di primissima infanzia. Proprio in virtù della gravità delle condotte riscontrate, nei mesi scorsi il gip del Tribunale di Forlì, su richiesta della Procura, aveva imposto il divieto assoluto di esercitare la professione di educatrice per la durata di 12 mesi.