Forlì, “Italicus, 50 anni senza una verità: mio fratello Silver Sirotti morì da vero eroe”


«Sono amaraggiato e arrabbiato perché su una strage che si è portata via 12 vite innocenti e ha ferito 48 persone le indagini non si sono mai mosse. Sono passati 50 anni e sembra che quelle dell’Italicus siano considerate vittime di una strage minore». Franco Sirotti combatte da quando ha 14 anni, per giustizia e memoria. Suo fratello, Silver, si può definire senza retorica un eroe. Aveva 24 anni, quando fu investito da una tremenda fiammata mentre si muoveva, “armato” solo di un estintore, all’interno della carcassa rovente del treno sventrato da un attentato dinamitardo di stampo neofascista, avvenuto all’interno della galleria di San Benedetto Val di Sambro.
Sirotti, cinquant’anni dopo la verità sull’Italicus continua a sfuggire. Quale idea si è fatto?
«Che il motivo di quell’attentato non potesse essere svelato per coprire qualcuno al governo o qualcuno che quell’esecutivo poteva controllarlo, da fuori. E’ vero che non abbiamo un’Associazione di familiari delle vittime, ma penso che la ricerca della verità dovrebbe spettare allo Stato. Mi chiedo se sia necessario tutelare qualcuno, ancora oggi. Sicuramente, la stagione delle stragi ha compromesso una stagione di avanzamento di diritti del lavoro e civili. Quel cambiamento andava spezzato».
Che persona era, Silver?
«Era un ragazzo d’altri tempi. Si era diplomato all’istituto tecnico di Forlì col massimo dei voti nel 1968. Poi giunse la malattia di mio padre e iniziò subito a lavorare, come fattorino. Si iscrisse però ad Ingegneria a Bologna, aveva dato otto esami, e intanto partecipava a tutti i concorsi delle Ferrovie. Li vinceva uno dopo l’altro: anche la mansione che ricopriva quando morì l’avrebbe abbandonata di lì a breve, per passare a responsabilità maggiori. Penso ancora, molto spesso, al fatto che dopo l’esplosione era illeso. Ancora oggi mi chiedo cosa lo abbia spinto a entrare in quell’inferno».
Si è dato una risposta?
«I valori umani, a casa nostra, erano qualcosa di vissuto profondamente. Penso però che la sua giovane età lo abbia spinto a quell’incoscienza che lo rendono una figura da Libro Cuore. Ed è importante, perché ci ricorda che persone di quel tipo esistono. Resta un esempio fulgido, anche per tanti ragazzi che oggi sono abbandonati a un complesso di valori debole. Diamo loro pochi riferimenti».
La sua opera di memoria si svolge infatti soprattutto nelle scuole. Come rispondono i giovani?
«La loro fame di sapere mi emoziona ogni volta. Mi scrivono, lettere stupende in cui esprimono il loro orgoglio nell’essere concittadini di Silver. E chi li definisce indifferenti è fuori strada».
La sua di gioventù, invece, finì presto?
«Beh, quel sabato mattina avevo 14 anni e mio padre era morto da quattro mesi. Mia madre era andata al cimitero e mio fratello non era ancora tornato a casa. Pensavamo fosse stato rallentato da un incidente ferroviario che c’era stato. Giunse a casa il capostazione di Forlì: un uomo possente, che spiega che ha bisogno di parlare con mia madre. Gli spiego che non era in casa. Lui sale in macchina, poi riscende con l’occhio umido e si lascia scappare un “quanti anni aveva, Silver”? Dopo fu necessario il riconoscimento del corpo, momento tremendo dopo il quale ne ricordo uno di orgoglio.
Quale?
«I funerali di Stato a Bologna, con 200mila persone. Poi tutta Forlì in processione per la camera ardente, prima dell’ultimo funerale fatto a piedi nella nostra città. Il segno di quel sacrificio, in città, è restato indelebile. Non è bastato però, ad oggi, a veder riconosciuta una verità».