Forlì, il mistero degli affreschi rinvenuti in Duomo

I misteri del Duomo di Forlì: non è il titolo di romanzo alla Dan Brown, ma il risultato di studi recenti su una delle zone più visitate della cattedrale, la cappella della Madonna del Fuoco, e su uno dei protagonisti del Barocco, Guido Cagnacci. Il cantiere di restauro appena concluso ha rivelato infatti lacerti di affreschi, in particolare testine di angeli nella parte alta e concava della cupola. Ne dà conto Massimo Pulini, docente della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, che con Gilberto Urbinati ha appena pubblicato “Guido Cagnacci. La prima vita nella Romagna e nell’Emilia del Seicento”. Come dimostra un documento recentemente rinvenuto dallo studioso, il 7 aprile 1642 Cagnacci firmò un contratto con i fabbricieri del Duomo di Forlì «rispondendo a un quesito stimolante e fertile - chiarisce Pulini - rispetto ai grandi cambiamenti verificatisi nella sua pittura dopo la formazione a Roma nel caravaggismo. Li vediamo nelle due grandi tele ora esposte alla Pinacoteca comunale di Forlì, e “prestate” alla mostra sul Barocco: una “ouverture a una sinfonia incompiuta”». L’incarico infatti comprendeva anche l’affrescatura della cupola che Cagnacci però non realizzò, per motivi mai chiariti e misteriosi. L’opera fu poi portata a termine dal bolognese Carlo Cignani con un cantiere durato vent’anni. «Ma ecco che l’esame attento dei documenti originali dei contratti, sollecitato dalla editor del volume Arianna Bargellini - rivela Pulini -, conferma che Cagnacci avrebbe davvero dovuto realizzare quegli affreschi, mentre ricordi di archivisti e sacerdoti e un libretto del 1936 citano la presenza di lacerti di una decorazione precedente a quella di Carlo Cignani». Fu proprio Cignani anzi, subentrato nel cantiere della cupola nel 1680, ad abbassarne l’altezza «escludendo così la “lanterna” che avrebbe dato luce al suo stesso lavoro - afferma Pulini - e creando una intercapedine fra le due cupole, oggetto di molti dei quesiti che ci poniamo oggi. Occorrono nuove ricerche, ma già una sonda introdotta nella soletta pavimentale della “lanterna” darebbe modo di verificarne l’ampiezza e l’eventuale affrescatura». Lo stesso studioso invita però alla prudenza riguardo al “Cagnacci perduto”. «Le testine visibili non hanno nulla che lo ricordi - commenta infatti Pulini-, i suoi puttini infatti sono più tormentati, mentre questi richiamano semmai la pittura del “quadraturista” Angelo Michele Colonna, che forse fu chiamato a completare la decorazione lasciata sospesa. Ma forse l’attribuzione non è poi così importante, se riusciamo a fotografare dipinti che altrimenti non avremmo mai visto: qualcosa che dorme accanto a noi da quattrocento anni e che era precluso al nostro sguardo, ma ha continuato a tenere vivo il nostro desiderio».

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