Forlì, il fiume Montone fa ancora paura FOTOGALLERY

Forlì
  • 13 giugno 2026

Vegetazione incolta, che permette di vedere solo a tratti lo scorrere del fiume Montone e che impedisce, dunque, di controllare lo stato di argini e golene. È il ritratto che emerge passeggiando lungo il tratto cittadino del Montone, partendo dall’argine di via Anzani, al Parco urbano, per arrivare a valle del ponte dell’autostrada. La vegetazione, infatti, inghiotte gli argini e laddove questa è stata diradata, si trovano decine di tane di animali fossori ma anche golene franate nell’alveo del fiume. La presidente del Comitato vittime del fango, Alessandra Bucchi, non usa giri di parole quando indica da dove bisognerebbe cominciare. «La questione fondamentale è partire con la manutenzione ordinaria, quindi lo sfalcio della vegetazione, a partire quantomeno dalla congiunzione del Rabbi-Montone fino ad arrivare alla foce del mare, perché soltanto una volta che si è tolta la vegetazione si può intervenire sulle arginature – spiega –. Nella parte adiacente al parco urbano , la vegetazione è ancora quella che c’era anche nel 2023, così come in tutto il tratto del fiume». Arrivati al ponte Braldo la situazione si fa ancora più preoccupante: «Si notano una serie di carotaggi, che abbiamo già segnalato alla Provincia, che ci preoccupano molto, perché in caso di piene l’acqua potrebbe invadere le perforazioni e mettere in pericolo l’argine – spiega Bucchi –. La prossima settimana ci aspettiamo di parlare con la Provincia per capire non soltanto come mai questi carotaggi sono ancora aperti, ma anche come mai i lavori sul ponte Braldo sono, per quanto ci consta, fermi da prima di Pasqua di quest’anno. Anche questo ovviamente è un elemento importantissimo, perché sappiamo dell’inofficiosità di quel punto».

Terza fermata, ponte dell’autostrada. Qui il problema non riguarda solo l’incuria, ma una scelta strutturale mai corretta. Il ponte è, infatti, più basso dell’argine del fiume perché fu tagliato in fase di costruzione. Quel deficit di sezione utile non è mai stato compensato e il problema si è aggravato nel tempo. «Quello che noi continuiamo a dire è che anche qui c’è una totale mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria – prosegue la presidente del Comitato –, e non è mai stato fatto l’abbassamento delle golene. C’è tutto il sedimento lasciato dalle ultime alluvioni, si può pensare che ci possa essere un metro, un metro e mezzo di sedimenti, un intervento in questo senso potrebbe aiutare moltissimo».

A valle del ponte dell’autostrada, fino ad arrivare a Pontevico, si trova il punto forse più drammatico del percorso, quello che era stato denunciato pubblicamente nelle settimane scorse: un’erosione arginale con una profondità di cinque metri e una larghezza di quindici. Ieri, sul posto, c’era un mezzo al lavoro , un piccolo escavatore, a tentare di tamponare il danno. La situazione in questo tratto del fiume è costante: presenza di folta vegetazione che non permette di controllare lo stato di argini e golene e dove questa è più diradata, grazie all’ausilio dei droni, si possono scorgere erosioni arginali e accumuli di legname e detriti. «La vegetazione non permette di capire lo stato dell’argine – avverte Bucchi –. La diga che si era creata e che ora è stata rimossa non si vedeva ma si sentiva il rumore dell’acqua come se ci fosse un canale che si immetteva nel fiume». Un pericolo invisibile, scoperto per caso dall’orecchio prima che dall’occhio. In duecento metri di argine ripulito, i cittadini hanno segnalato dodici tane di animali fossori. «Di fatto noi continuiamo a non vedere gli avanzamenti dei lavori – prosegue –. Sono tre anni che i lavori sono stati fatti a spot, soltanto in punti specifici, e comunque non è stata presa in considerazione l’intera asta fluviale, che è l’unica cosa che si può fare, perché se si fa il lavoro in un punto ma subito un po’ più a valle di quel punto c’è un imbottigliamento, un imbuto creato dal fiume, va da sé che se c’è una piena l’acqua si alza e torna indietro». Le conseguenze di questa visione parziale non riguardano solo Villafranca. «Bisogna avere contezza del fatto che se vivi ai Romiti o vivi ancora più in centro, se l’acqua a valle non se ne va, il problema resta anche in città – sottolinea con forza il Comitato vittime del fango –. Dal ponte della ferrovia fino a qua, se l’acqua non passa con velocità, si allaga tutta Forlì». «Non è una valutazione soggettiva – sottolinea Bucchi –: lo prevedono gli stessi strumenti normativi di pianificazione del rischio idraulico, i Piani per l’assetto Idrogeologico, che si basano sull’autorità di bacino costituita proprio per intervenire sulle singole aste fluviali».

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