Forlì, Electrolux, la lunga battaglia di Elisa Guidi: “Sono ad un passo dalla pensione dopo 27 anni, ma non lascerò i miei colleghi in questa situazione”

Dodici anni dopo, i lavoratori dell’Electrolux si ritrovano di nuovo a combattere la battaglia per difendere il proprio posto di lavoro. Questa volta però, le carte in tavola sono cambiate e la partita potrebbe essere più difficile da vincere. È questa la sensazione che si percepisce dalle parole di Elisa Guidi, lavoratrice all’Electrolux di Forlì dal 1999 e delegata Fiom Cgil. Sulle sue spalle ventisette anni di fabbrica. Era lì nel 2014, quando arrivò la prima grande crisi, ed è lì oggi a dare coraggio ai colleghi che come lei sono precipitati nell’incubo licenziamento. «Nel 2014 partì tutto perché erano stati messi sotto osservazione i vari stabilimenti italiani per capire se andare avanti con la produzione in Italia oppure no», ricorda Guidi.

Le motivazioni di allora ruotavano attorno al costo del lavoro, considerato troppo elevato rispetto a paesi come la Cina o la Polonia. Oggi le ragioni ufficiali sono altre. «Adesso si parla dei costi energetici legati alla guerra – prosegue –: i componenti viaggiando tutti su ruota hanno un costo elevatissimo. Noi in Italia importiamo tutto, non produciamo più niente». Da quello che è emerso dall’incontro avuto con i vertici aziendali, a pesare sulle scelte del colosso svedese sarebbe anche la Cbam, la tassa ambientale legiferata dall’Europa, che colpisce i beni importati che prevedono elevate emissioni per produrli. Una tassa nata con l’obiettivo di tutelare le industrie Europee, costrette a vincoli produttivi più rigidi, che di fatto però rischierebbe di penalizzare proprio le aziende del continente appesantite dai costi.

Tornando al 2014, sul tavolo delle trattative pesavano le voci di bilancio legate alla manodopera: «All’epoca si parlava del costo del lavoro che in Italia era più alto rispetto ad altre zone come la Cina o la Polonia – sottolinea Guidi – oggi le cose sono diverse». Differenti le cause della crisi, dunque, ma identica la risposta: la mobilitazione. Nel 2014 Forlì non si tirò indietro. «Noi tenemmo duro 64 giorni, racconta la delegata –, rimanemmo giorno e notte, davanti al cancello della sede».

Una resistenza collettiva che andò avanti anche quando la politica nazionale si fece instabile poiché nel frattempo cadde il Governo, allungando ulteriormente i tempi della trattativa, fino ad arrivare all’esecutivo Renzi, che aprì agli ammortizzatori sociali permettendo allo stabilimento di attraversare la crisi. In quei giorni di mobilitazione, da Forlì partirono tre pullman verso Roma, con a bordo anche gli amministratori locali, compreso l’allora sindaco Davide Drei insieme agli assessori. La solidarietà si organizzò fino nei dettagli più quotidiani: «In fabbrica andavamo nelle linee – racconta Guidi –. Chi non poteva partire perché aveva i figli e non sapeva a chi lasciarli era aiutato da altri colleghi nella gestione dei bambini per poter aderire alla mobilitazione». Ciò che rende la crisi attuale ancora più difficile da digerire è la sua imprevedibilità poiché l’annuncio del dimezzamento della forza lavoro è arrivato in un momento in cui lo stabilimento girava a pieno ritmo. «Il lavoro c’è, non abbiamo nessuno in cassa integrazione – sottolinea Guidi –. Colpire così pesantemente lo stabilimento di Forlì vuol dire mettere in ginocchio l’elettrodomestico e portare alla chiusura».

A confermare questa lettura ci sono le scelte produttive annunciate dall’azienda: via i piani a gas, ancora venduti in Italia dove non tutti gli utenti sono passati all’energia elettrica, via i prodotti di media gamma dei forni, via tutta la progettazione. A Forlì rimarrebbero solo sei linee di forni, troppo poche per sostenere i costi aziendali. «Nel 2014, quando abbiamo iniziato la lotta, c’era la sensazione che ci fossero dei margini per arrivare ad una soluzione – ammette la lavoratrice –. Questa volta non si sa». Guidi ad aprile ha tagliato il traguardo dei ventisette anni in Electrolux. A fine anno aggancerà la pensione ma non ha nessuna intenzione di andarsene in silenzio. «Non ho intenzione – assicura – di lasciare i lavoratori in questa situazione». Come nel 2014, Forlì si prepara a tenere duro.

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