Forlì, dopo l’alluvione spunta un diario: la storia di lotta di un operaio Sidac

C’è una storia rimasta per decenni nell’ombra che la recente alluvione, paradossalmente, ha contribuito a far riemergere dal fango. Durante i complessi interventi di pulizia, riordino e messa in sicurezza degli archivi della sede forlivese di Rifondazione Comunista - duramente colpiti dall’allagamento e oggi venduta -, il segretario Bruno Basini si è imbattuto in una scoperta straordinaria: un quaderno-diario d’epoca, perfettamente conservato nelle sue pagine scritte a mano, appartenuto a uno dei 218 operai dello stabilimento Sidac (ex Orsi Mangelli) licenziati nel 1949 a seguito di un’imponente e storica lotta durata quasi novanta giorni.

L’obiettivo immediato della Federazione è ora chiaro: rintracciare gli eredi e restituire alla famiglia del legittimo proprietario questo prezioso cimelio di memoria privata e collettiva. Ma non solo. Rifondazione intende anche organizzare a breve un’iniziativa pubblica di approfondimento storico per riportare alla luce una pagina cruciale e dimenticata del movimento operaio e delle lotte sindacali del secondo dopoguerra a Forlì.

Il racconto

Le memorie si aprono con una data precisa: sabato 1° novembre 1958. L’autore, reduce dai durissimi 53 mesi sotto le armi durante la Seconda Guerra Mondiale (di cui 23 trascorsi sul fronte greco), ripercorre gli anni del rientro a casa e l’impiego prima alla Fumisteria di via Maceri e poi il tanto desiderato ritorno alla Sidac nel 1945.

Nel 1949, la svolta drammatica: per 90 giorni i lavoratori incrociano le braccia. L’operaio descrive con lucidità e amarezza le spaccature interne al fronte sindacale, la rottura dell’unità da parte delle correnti repubblicane e democristiane dopo 60 giorni di sciopero e la reazione implacabile della proprietà, incarnata dalla figura del “padrone Mangelli”. Alla fine, 218 operai - «i più attivi e i più convinti di aver chiesto l’onesto e il giusto» - vengono licenziati in tronco, così si legge scorrendo le pagine.

L’autore, di cui non si conosce il nome, si ritrova improvvisamente disoccupato, senza risparmi, con due figli piccoli e la moglie in attesa del terzo. Inizia così il marchio dell’«epurato»: nessuno a Forlì vuole assumere gli ex Sidac perché considerati sovversivi o pericolosi. Per tirare avanti e sfamare la famiglia, si adatta a fare il venditore ambulante di olio di oliva in bicicletta (poi in motorino) su suggerimento del compagno di sventura Santolini, per poi trovare impieghi precari alla fabbrica di cioccolato Giova.

Uno spaccato dell’epoca

Accanto alla grande storia sociale, le pagine del diario restituiscono con viva immediatezza il quadro quotidiano dell’Italia degli anni ‘50. L’operaio racconta la fatica immane di costruire da solo, in economia, la propria casa (lasciandosi alle spalle ben 700mila lire di debiti), la nascita dei gemelli Luciano e Leo (nati nel 1944 durante l’occupazione) e del terzo figlio Loris, le difficoltà scolastiche dei ragazzi e l’avviamento precoce al lavoro (Luciano garzone macellaio, Leo prima dall’elettrauto poi al negozio di frutta e verdura, dove subirà un brutto infortunio).

Un capitolo centrale è occupato dalla salute del protagonista, segnata da continue e debilitanti sofferenze gastriche: i ricoveri alla clinica Sant’Orsola di Bologna nel novembre 1958, gli esami al tubo digerente, le diagnosi contrastanti tra ulcera duodenale e turbe neuro-distoniche, fino alla diagnosi di depressione ed esaurimento nervoso formulata dai medici del tempo (tra cui i professori Soggini, Ceccari, Laziosi e Ferraris). Ad appesantire il quadro, le crescenti incomprensioni coniugali e le divergenze con la moglie, costretta a mandare avanti l’economia familiare nei periodi di immobilità del marito. Il diario, però, si interrompe bruscamente nel settembre del 1959, con pagine che evidentemente sono state strappate.

L’appello

Ora la Federazione di Rifondazione Comunista lancia un appello alla cittadinanza forlivese e romagnola per rintracciare i figli o i nipoti dell’operaio (tra i nomi citati nel diario figurano i tre figli Luciano, Leo e Loris, la moglie, il cognato Pino, l’amico Santolini, il capomastro Gualtiero e il macellaio Bruno Romagnoli di via Campo di Marte).

«Questo ritrovamento, nato dall’esigenza di mettere in salvo le nostre carte dopo la devastazione dell’alluvione, ci consegna una testimonianza umana ed etica straordinaria - spiega il segretario Bruno Basini -. I 218 licenziati della Sidac pagarono a caro prezzo la dignità di aver preteso diritti giusti: le carte ritrovate lo dimostrano, queste persone sono rimaste anonime ma hanno contribuito a ottenere per gli altri lavoratori delle fabbriche un certo benessere».

L’iniziativa

«Vogliamo restituire questo diario ai discendenti del legittimo proprietario, che fino ad ora abbiamo provato a cercare ma senza successo - conclude Basini -. Al tempo stesso, ci piacerebbe promuovere una giornata d’incontro pubblica per restituire alla città una pagina della memoria operaia forlivese».

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