La buccia del pomodoro, gli scarti della frutta, i residui della lavorazione agricola e i liquami della zootecnia: tutto ciò che l’industria agroalimentare romagnola considera zavorra diventa, nell’impianto di biometano La Bersagliera, il carburante di un ciclo perfettamente chiuso.
L’impianto
Realizzato con circa 12milioni euro di investimento dall’azienda CH4T, è stato inaugurato ieri mattina in via Oraziana, a due passi da Borgo Sisa portando a tre il numero di impianti gestiti dalla società in Romagna, con le strutture già attive a Bagnacavallo e ad Alfonsine. «L’impianto - spiega l’amministratore delegato, Stefano Begnini - nasce dall’ampliamento di una struttura a biogas preesistente, la Bersagliera appunto, alla quale è stata affiancata una nuova sezione di dimensioni più grandi, realizzata su un terreno acquistato nelle immediate vicinanze. A regime, la produzione complessiva raggiungerà i cinquecento metri cubi l’ora di metano, ventiquattr’ore su ventiquattro».
La lavorazione degli scarti
Il processo produttivo si basa su un principio semplice quanto efficace: raccogliere ciò che l’agricoltura scarta e trasformarlo in energia pulita.
Scarti di ortofrutta, residui della lavorazione di frutta e verdura: tutto quello che normalmente verrebbe smaltito come rifiuto diventa invece materia prima. A questi si aggiungono la pollina proveniente dal comparto zootecnico e cereali come frumento, grano, mais e orzo. Il tutto viene conferito in grandi digestori a cupola dove i batteri naturalmente presenti nei reflui aggrediscono la sostanza organica producendo biogas, composto per metà da anidride carbonica e per metà da metano. «Una quota pari al quindici per cento del biogas prodotto viene trattenuta per alimentare l’impianto stesso - prosegue -. Il restante ottantacinque per cento viene invece avviato a un processo di purificazione che elimina le componenti potenzialmente dannose, e poi separato attraverso quello che tecnicamente si chiama “setaccio molecolare”, un sistema che divide il metano dall’anidride carbonica con la stessa logica con cui si setaccia la farina.
Il metano così ottenuto viene immesso direttamente nella rete nazionale del gas, arrivando nelle case dei cittadini».
Zero sprechi
Anche la CO2 separata non è destinata a essere sprecata: si stanno infatti valutando diverse modalità di riutilizzo di questo ulteriore sottoprodotto di valore. «Al termine del ciclo biologico - spiega Begnini - , il materiale torna nelle vasche di stoccaggio dove un separatore divide la parte liquida da quella solida, ricavandone un fertilizzante agricolo naturale pronto a restituire nutrimento ai terreni». Un ciclo dunque che dalla terra restituisce alla stessa. Sotto le strutture dell’impianto scorre una rete di tubazioni che nessuno vede ma che rappresenta la vera spina dorsale dell’intera infrastruttura.