Ad incendio ormai spento e con l’area di Montevecchio di Civitella tuttora presidiata dalle forze dell’ordine, rimane lo stupore di monsignor Giampietro Fabbri per quanto visto con i propri occhi domenica scorsa: «Il rogo – dichiara il sacerdote, responsabile del Centro di Spiritualità Buon Pastore di Forlì – ha letteralmente circondato la pieve di San Bartolomeo e il suo compendio, senza però attaccarli minimamente». Sarebbe facile per don Pietro, ultimo parroco di Montevecchio nel lontano 1969 quando ancora su quelle montagne resistevano cinque famiglie, gridare al soprannaturale. «Non ho alcuna remora a riconoscere l’intervento della provvidenza nell’azione dei Vigili del Fuoco e dei residenti, prontamente accorsi». Le immagini relative ai circa 20 ettari di vegetazione andati in fumo nell’incendio, rimarranno indelebili nella mente dell’ex vicario diocesano, in cui ora inevitabilmente si rincorrono ricordi ed emozioni. Gli ultimi a lasciare Montevecchio, nel 1964, furono i Saragoni, i proprietari terrieri rimasti senza operai già tutti emigrati in pianura: «Lassù c’era una comunità vera, in cui le decisioni più importanti venivano prese in pieno accordo». Come quel giorno dell’autunno 1961, in cui le poche “braccia” rimaste maturarono la volontà di trasferirsi altrove, alla ricerca di condizioni di vita più dignitose. Se ne andarono quasi d’un fiato, chi a Forlì, chi all’Anic di Ravenna, lasciando un patrimonio di tradizioni secolari. Oltre allo stesso don Fabbri e al compianto monsignor Piero Morigi, i veri artefici della resurrezione della pieve, avviata nell’estate del 1977 quando già i rovi avevano preso il sopravvento, furono tre donne: Maria Teresa Battistini, Maria Teresa Armuzzi e Franca Silvestroni. «Andammo tutti lassù – continua – alla ricerca di un luogo isolato da farne un eremo di preghiera». Fra quelle mura intrise di spiritualità trovò riparo in molteplici occasioni anche Annalena Tonelli, la missionaria forlivese barbaramente uccisa a Borama, in Somalia, il 5 ottobre 2003. A mantenere viva la frazione hanno provveduto per decenni, praticamente da soli, i Severi e la famiglia Trebini, i pastori sardi insediatisi nel 1966 nell’ex osteria, dopo aver rilevato gran parte dei poderi e delle abitazioni abbandonate dai proprietari. La notizia che il Ministero sta per inviare al Comune di Civitella i soldi necessari per recuperare la strada carrabile per Montevecchio, andata perduta con l’alluvione del 2023, è giunta anche alle orecchie di monsignor Pietro Fabbri: «Sarebbe bello se proprio dalla pieve sopravvissuta al rogo scaturisse la scintilla per la rinascita di un posto bellissimo e così carico di storia».
Civitella. Pieve si salva dal rogo, l’ultimo parroco invoca la rinascita