Forlì, la vita di Clara: in quarantena nel Covid hotel

FORLI’. Clara ha 34 anni. È positiva al Covid-19. Lo è da un mese. Prima la paura, il ricovero, le terapie. Poi la speranza e le dimissioni dall’ospedale. Ma il virus è ancora lì, nel suo corpo. E serve la quarantena. Così Clara è una delle prime a entrare all’hotel Paradise Airport, la struttura al Ronco riconvertita per accogliere i malati in via di guarigione. È chiusa nella sua stanza. Tv, smartphone per restare in contatto con il mondo e pasti serviti fuori dalla porta.
Clara, come ha scoperto di essere positiva?
«Tutto è iniziato il 10 marzo. Febbre alta, tosse e affaticamento. Chiamai il mio medico di base per informalo sul mio stato di salute e per capire cosa era il caso di fare, vista l’emergenza coronavirus. Vivendo da sola con due bambine, ero molto preoccupata. Il medico si mise subito in contatto con l’Igiene pubblica che a sua volta chiamò il 118. Arrivarono a casa, ovviamente tutti bardati, mi presero i parametri e mi portarono in Pronto soccorso. Arrivata lì, mi fecero una radiografia, dove, da quello che capii, non risultava niente, ma comunque avevo tutti i sintomi chiave dell’infezione. Infatti fui dimessa come sospetto Covid, da tenere sotto osservazione a domicilio. Tornai a casa, sembrava che la situazione migliorasse, invece dopo due giorni ecco di nuovo febbre alta e affaticamento. Non riuscivo a stare in piedi per più di cinque minuti. Quindi, richiamai il mio medico e fui riportata in pronto soccorso. A differenza della volta precedente, la dottoressa decise non solo di fare analisi e radiografia, ma anche tac e tampone, cosa che, a mio avviso, andava fatta già dal primo accesso. Bene, dopo una lunga attesa, arrivarono i risultati. La dottoressa, molto carina nei modi, pronunciò quella maledetta frase: “Signora bisogna ricoverarla, la tac e il tampone risultato positivi, stia tranquilla, ora la portiamo in reparto”. Poi tutta una serie di discorsi per tranquillizzarmi, giustamente. Da lì in poi, iniziarono a curarmi con gli antivirali e farmaci antireumatoidi. In tutto questo, come è giusto che sia, ho potuto portare con me solo il telefono cellulare, il carica batteria e il portafoglio, dentro uno zainetto. Nessuno poteva entrare o uscire, solo il personale medico, tutto bardato. Insomma una cosa, che, a livello psicologico ti destabilizza, sopratutto perché non c’è ancora una giusta cura, ma, sopratutto, perché non si ha la piena conoscenza di questo virus maledetto».
Come è arrivata all’hotel Airport? E come sta vivendo questo momento di isolamento?
«Per mia fortuna, la cura, possiamo dire che ha “funzionato”, ma non del tutto, perché i tamponi risultavano ancora positivi. In questi casi, il protocollo prevede la dimissione dall’ospedale, con isolamento fiduciario. Ovviamente la cosa diventa complicata e complessa se a casa si hanno i propri familiari, e se la casa non ha almeno due bagni. Una soluzione l’hanno trovata: isolamento fiduciario presso un albergo. E meno male! Per fortuna il proprietario, Daniele, ha messo a disposizione la sua struttura per ospitare la gente che ha bisogno. Gente ancora positiva, ma che non potendo fare isolamento presso la propria abitazione, e non potendo più rimanere in ospedale, perché clinicamente “guarita”, anche se positiva, ne ha un bisogno disperato. Peccato che solo pochi proprietari d’albergo abbiano messo a disposizione la propria struttura, decisione comprensibile, visto tutto il lavoro che comporta da parte del personale dell’albergo. Io lo sto vedendo con i miei occhi. Essendo a “contatto” con noi, non possono tornare dai loro cari, e secondo me gli aiuti da parte delle autorità competenti sono inesistenti: le mascherine e i guanti sono anche a carico di Daniele, proprietario dell’albergo».
Come passa le sue giornate e come convive con la malattia?
«Devo dire che per mia fortuna sono capitata decisamente bene: almeno una gioia. Siamo serviti e riveriti, il cibo è fantastico, ogni portata la condivido via whatsapp con parenti e amici. Per non parlare della disponibilità. Sono molto attenti ad ogni nostra esigenza. Addirittura ti supportano a livello psicologico, chiedendoti semplicemente come stai e se hai bisogno di parlare e sfogarti, tutte cose che in questo momento fanno bene».
Quali cure ha ricevuto e sta ricevendo?
«Quando sono stata dimessa mi è stato detto: da ora in poi signora dovrà fare riferimento al suo medico di base, per qualsiasi cosa. Verrà contattata dall’Igiene pubblica per controllare l’andamento e per capire quando rifare il tampone. A distanza di 6 giorni ho ricevuto solo una chiamata da parte della pneumologa che mi ha detto cosa devo richiedere al mio medico di base (impegnativa per visita pneumologica). L’impressione che mi hanno dato è stata questa: il nostro lo abbiamo fatto, ora ci penserà qualcun altro a lei. Sono stata dimessa senza nessuna cura particolare da fare. Io assumevo la cardioaspirina, che hanno dovuto sospendere per potermi curare con gli antivirali e antireumatoidi e l’eparina. Purtroppo qualche giorno fa sono dovuta ritornare in Pronto soccorso per un controllo al cuore, perché sto riscontrando dei problemi, e il mio medico, giustamente, ha ritenuto opportuno farmi visitare. L’accesso in Pronto soccorso è servito a poco, anche perché necessitavo di un ecocardiogramma, invece mi sono stati fatti un elettrocardiogaramma e le analisi del sangue. Mi hanno detto: il protocollo prevede questo, la visita e l’ecocardiogramma lo farà dopo, quando risulterà negativa al tampone, si farà fare l’impegnativa con urgenza dal medico di base. Ora, conosciamo tutti i tempi di attesa per una visita cardiologica, giusto? Anche con l’urgenza. Io ho riscontrato questo problema durante la mia positività al Covid-19, ma non posso essere visitata perché il protocollo non lo prevede. Qui mi fermo. E oltre al danno anche la beffa: insieme alle dimissioni mi viene consegnato anche il ticket di 83 euro da pagare».
Che messaggio vuole dare, lei che sta lottando contro la malattia?
«Vorrei che la gente capisse che siamo davanti a un’emergenza. C’è ancora troppa gente in giro e ancora troppi pochi controlli. C’è gente che non ha ancora capito che in casa sono al sicuro. Stare in casa è anche una forma di rispetto per i propri familiari, per il personale sanitario, per la comunità. Il personale medico salva vite in ospedale, noi gente “comune” possiamo salvare vite stando a casa».

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