Forlì, tra gli invisibili con i volontari dell’Unità di strada

Raggomitolati negli angoli di un androne, avvolti da sacchi a pelo di fortuna che li celano agli occhi del mondo oppure stretti dentro ad una coperta nell’abitacolo di una macchina che trasuda solitudine. Sono gli uomini e le donne senza fissa dimora che vivono a Forlì, un esercito di circa 400 invisibili che vivono all’ombra della società e della sua indifferenza. I volti e le storie di chi non ha una casa e cerca riparo negli angoli nascosti della città sono diversi, per età ed etnia, ma ad accomunarli è il medesimo senso di solitudine malcelato spesso dietro ad un’iniziale diffidenza. Ogni riparo, seppur di fortuna, può trasformarsi in una casa anche solo per una notte: edifici abbandonati, porticati, seminterrati che riparano più dagli sguardi che dall’aria pungente. I bivaccanti spariscono di prima mattina, quando la città si sveglia con il via vai delle prime auto. Azizi, nome di fantasia come quello scelto per gli altri protagonisti, si sveglia presto: la sua “casa” è un vecchio edificio abbandonato nella prima periferia. Ogni mattina, la sveglia suona con largo anticipo perché deve percorrere cinque chilometri a piedi per raggiungere il parcheggio dove un furgoncino guidato da un italiano, lo porterà al lavoro assieme ad altri compagni tutti stranieri. Carica e scarica casse di polli finché non è ora di salire nuovamente sullo stesso mezzo per fare ritorno in quella baracca che è la sua casa. Ha un permesso di soggiorno regolare ed uno stipendio ma non è sufficiente per garantirgli un’abitazione. È un fiume di racconti, in un italiano strascinato ma chiaro. Parla con orgoglio del suo lavoro e delle promesse fatte dal suo “padrone” rispetto ad un futuro in cui avrà maggiori responsabilità. «A Dio piace quello che fate» dice ai volontari della Papa Giovanni XXIII per ringraziarli soprattutto del tempo speso con lui. Ad appena qualche chilometro dalla statua di Saffi, c’è una sagoma appena percepibile nella penombra di un porticato. «Ciao, siamo volontari» si annunciano i ragazzi dell’Unità di strada avanzando lentamente. Fadhi, 28enne proveniente dal nordafrica, da 10 anni ha lasciato i genitori assieme al proprio Paese in cerca di un futuro migliore. Inizialmente è reticente, fatica a parlare e si nasconde dietro ad una coperta sdrucita come se potesse proteggerlo da quell’insolito interesse mostrato per lui da qualcuno. Gli bastano, però, pochi minuti per superare l’iniziale diffidenza. È in città di passaggio appena da qualche giorno ed ha viaggiato in diversi Paesi europei ma in nessuno ha trovato il riscatto. I suoi lineamenti sono resi appena percettibili dal bagliore lontano di un lampione, ma il volto che emerge dalla penombra è quello di un ragazzino. Stringe in mano il tè caldo e si accende qualche sigaretta mentre ripercorre la sua vita e parla dei sogni che non sono infranti dalle difficoltà che sta affrontando. Per vivere ha svolto i lavori più disparati: dal bracciante nei campi al muratore ma adesso non ha un impiego così come una meta. «Grazie e scusatemi per le chiacchiere» dice salutando con una voce che si è fatta più squillante. A poche centinaia di metri, vicino a locali in disuso, ci sono altri bivacchi da controllare per vedere se c’è qualcuno che ha bisogno di qualcosa di caldo o anche solo di una parola di conforto. Buttato sotto ad una piccola tettoia, c’è un groviglio di coperte che per stanotte non sono giaciglio per qualcuno. Si sale nuovamente sul furgone si riparte per verificare se, in un parcheggio poco distante, c’è una vecchia conoscenza dei volontari. I vetri sudati di una macchina non permettono di vedere al suo interno: si avanza con delicatezza e discrezione per non spaventare chi potrebbe già dormire al suo interno. Paolo apre lo sportello e nel suo sguardo è chiara fin da subito la gioia di chi riceve una visita tanto inattesa quanto sperata. I suoi racconti sono un intreccio costante di ricordi e aneddoti di chi ha già vissuto la maggior parte della sua vita. Il linguaggio è forbito, lo sguardo vispo di chi non sente addosso la sua età anagrafica ed i modi garbati. Il suo mondo ora è fatto della lamiera dell’abitacolo di una vecchia auto di pregio ma non è sempre stato così: aveva lavoro, casa e famiglia prima che tutto, pezzo dopo pezzo, si sgretolasse lasciandolo solo. Lo testimonia la rubrica del cellulare, completamente vuota che lascia un freddo dentro più pungente di quello termico. Non ha nessuno da chiamare, nessuno che lo cercherà ma lui non si abbatte: è un’anima libera, un sognatore dall’enorme dignità. «In genere ho sempre qualcosa ma stasera non ho niente da offrirvi, mi dispiace», afferma con un’educazione tutt’altro che di circostanza come se si sentisse in dovere di ringraziare per la tazza fumante di tè, l’unico tepore di cui dispone per scaldare le mani intirizzite. Paolo prende una pensione che gli permetterebbe di pagare l’affitto di un piccolo appartamentino ma per ora ogni ricerca fatta nelle agenzie immobiliari è stata vana. «Ciao ragazzi e scusate se vi ho fatto prendere freddo con le mie chiacchiere» saluta prima di chiudere, nuovamente, la portiera e tornare invisibile al mondo.

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