Forlì, Melandri punta sulle grandi mostre

«È stata indubbiamente un successo, ma “Dante. La visione dell’arte” ha confermato soprattutto qual è e quale debba essere anche in futuro la vocazione culturale di Forlì: una piccola città che per crescere ha proprio bisogno delle grandi mostre, perché non può mettersi in competizione con grandi città per le quali bastano anche quelle piccole». Assomiglia al motto della celebre pubblicità del pennello da imbianchini la chiave di lettura che l’assessore alle politiche culturali del Comune di Forlì, Valerio Melandri, dà dell’impatto che l’esposizione conclusasi domenica al San Domenico ha avuto sulla città: in epoca Covid, 40mila accessi per una media di 560 visitatori al giorno (e senza possibilità di organizzare visite per le scolaresche) sono un risultato significativo che rimarca l’equazione che negli anni ha fatto la fortuna di Forlì. Come sede di grandi rassegne «che per ammirare devi giocoforza venire qui e solo qui». Ecco il punto: distinguersi, essere unici. «Una metropoli o una città che vanta monumenti patrimonio Unesco si promuove da sola, può anche ospitare mostre a catalogo di grandi artisti che, però, sono itineranti e il visitatore può vedere in fotocopia anche altrove e quando vuole: Forlì non può permetterselo, se vuole essere visitata deve proporre un evento irreplicabile – spiega Melandri –. Solo in questo modo la città può mettere in vetrina anche i patrimoni che la contraddistinguono e, secondo noi, si tratta di tre eccellenze: il Razionalismo, Saffi e il Risorgimento, Caterina Sforza. Ce n’è una quarta ed è ciò che unisce le prime tre. Le grandi mostre, appunto».




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