«Non siamo eroi, siamo professionisti e stiamo facendo il nostro lavoro come sempre, solo che prima passavamo inosservati. Spero che le persone si ricordino di noi anche dopo il Covid: gli infermieri sono professionisti, laureati e la nostra formazione è in continuo sviluppo».
Giulia Fantoni è una delle infermiere dell’Ausl Romagna in servizio a Forlì, ma la sua è una storia davvero particolare che merita di essere raccontata oggi nella Giornata internazionale degli infermieri. Giulia si è ammalata di cancro tre anni fa e ora fa parte dell’equipe che si occupa di cure palliative a domicilio. In pratica si occupa di malati oncologici terminali curati a casa e del sostegno alle famiglie. E non si è fermata nemmeno in tempo di Covid perché ama il suo lavoro.
«Pur non occupandoci di malati Covid, dobbiamo prestare attenzione quando andiamo dai pazienti a domicilio, indossiamo sempre mascherina, guanti, cuffia e camici. Abbiamo avuto pazienti con polipatologie, molti segni e sintomi sono sovrapponibili, a volte i dubbi ci sono stati».
Ma da ex paziente oncologica non ha paura del virus?
«Certo ho fatto cure pesanti, le difese immunitarie sono più basse, però continuare il mio lavoro è la cosa giusta da fare. Un po’ di paura c’è sempre, ma amo il mio mestiere e voglio occuparmi dei miei pazienti».
Come è riuscita a conciliare il lavoro di infermiera con la lotta alla malattia?
«L’impatto con la malattia è stato di paura: accorgerti a 27 anni di avere un tumore al seno infiltrante è una di quelle cose che fanno tremare parecchio. Però subito dopo è subentrata la razionalità, la voglia di lottare e di capire come affrontare una situazione del genere. Ero arrivata a Forlì da poco insieme al mio compagno, medico al Morgagni Pierantoni, stavo facendo un master in cure palliative e mi sono dovuta fermare per affrontare l’intervento e fare la chemioterapia, ma subito dopo ho ripreso il master e poi ho cominciato a lavorare. Mi sono affidata alle cure dell’Irst, ho fatto tutto il percorso: chemio, radioterapia e attualmente sto facendo le cure finali. Nel frattempo ho fatto il concorso per l’incarico di infermiera a tempo determinato a fine 2017. Dopo un paio di mesi ho iniziato a lavorare per l’Ausl Romagna, poi ho vinto il concorso per entrare di ruolo nel 2019. C’era l’opportunità delle cure domiciliari e col fatto che ho sempre avuto la passione per l’oncologia ho accettato».
Fare l’infermiera è sempre stato il suo sogno?
«Mi sono laureata in infermieristica nel 2013, nel 2016 ho iniziato il master di cure palliative. Mi sono resa conto che era il mio mestiere durante il tirocinio. In pratica prima volevo fare l’infermiera, dopo ho scoperto di essere un’infermiera. Ho seguito la mia passione e oggi credo che la mia esperienza nella lotta contro il cancro sia un valore aggiunto. Dopo le terapie come donna ho avuto qualche difficoltà nel riprendere la vita sociale, invece come infermiera no, ero automaticamente nel posto dove volevo e dove dovevo essere. Sicuramente per fare l’infermiere bisogna essere predisposti però va superato lo stereotipo della missione, si tratta di una professione in cui bisogna agire con scienza e con coscienza».
Come vive questo periodo di emergenza Covid?
«È un periodo difficile per tutti, ma c’è una cosa che mi dà veramente fastidio: è inaccettabile vedere colleghi che sui social condividono notizie infondate o di matrice complottistica. È responsabilità dell’infermiere divulgare notizie scientificamente corrette ed è naturale che l’Opi vigili su questo mediante richiami e segnalazioni».

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