Forlì, “Il terzo reich” di Romeo Castellucci al Piccolo

Con “Il terzo reich” di Romeo Castellucci, allestito da Societas, con le coreografie di Gloria Dorliguzzo, che ne è anche interprete, e i suoni di Scott Gibbons, viene inaugurata al Piccolo di Forlì la stagione di “Teatri d’inverno. Sguardi sulla drammaturgia contemporanea”: oggi e domani (ore 20.30).

Non certamente una disamina storica, semmai antropologica e psicologica: il terzo reich è per Castellucci immagine di una comunicazione obbligatoria, la cui violenza è pari alla finzione di uguaglianza. Per questo, lo spettacolo si basa su una rappresentazione sequenziale di parole: i sostantivi del vocabolario vengono proiettati uno a uno, con una velocità commisurata alla capacità del nostro occhio e della nostra memoria di trattenere una parola che appare e poi scompare in un ventesimo di secondo. Lo sguardo è chiamato perciò a un grande sforzo, a concentrarsi senza la garanzia che la memoria trattenga traccia della parola pur “vista”. A causa del loro frenetico susseguirsi infatti, alcuni segni rimangano impressi nella corteccia visiva, ma la maggioranza di essi va persa. Dal drammaturgo viene quindi posto il tema di una parola umana contrassegnata non dalla qualità o dal senso, ma dalla quantità, visto che l’affastellarsi frenetico dei lessemi non lascia spazio alla scelta o alla distinzione: e il nucleo del linguaggio ritorna al rumore bianco, quindi al caos.

Opporre resistenza sembra uno sforzo inutile, anzi l’unica possibilità è assecondare il ritmo martellante di quei lampi e di quei suoni, dotati quasi di un potere ipnotico. La parola perde la sua valenza comunicativa, e diventa una forma di dominio e di violenza. Ed è qui che scatta il corto circuito, e si spiega la tesi di fondo di Societas: «Il linguaggio-macchina – afferma infatti Castellucci – esaurisce interi ambiti di realtà, là dove i nomi appaiono uguali nella loro serialità meccanica, come fossero i blocchi edilizi di una conoscenza che non lascia scampo. Ogni pausa è abolita, il silenzio occupato. La pausa, cioè l’assenza delle parole, diventa anzi il campo di battaglia per l’aggressione militare delle parole stesse, e i nomi del vocabolario così proiettati, sono le bandiere piantate in una terra di conquista». Biglietti: 10-5. Info: 0543 26355

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