Forlì, il rabbino della Romagna Caro cittadino onorario

«Una persona della quale non si può che essere amici, un’amicizia che onora me e tutta la nostra città». Da ieri il rabbino di Ferrara e della Romagna Luciano Meir Caro è, però, qualcosa di più di un grande amico del sindaco Gian Luca Zattini e dei forlivesi: è cittadino onorario. Un’onorificenza ricevuta dall’86enne nativo di Torino, ma diventato guida della comunità ebraica del territorio dal 1989, tra scroscianti applausi giunti più che da un consiglio comunale in verità rappresentato in misura assai limitata (appena 20 presenti, in gran parte collegati in streaming), dalle tante personalità che hanno aderito alla cerimonia solenne: la moglie Miriam, il vescovo monsignor Livio Corazza, il presidente dell’associazione Italia-Israele Alfredo Boschini, i rappresentanti dell’associazione “Amicizia ebraico-cristiana” di Forlì e della comunità estense giunti a omaggiarlo.

Tutti visibilmente emozionati per un’investitura come la cittadinanza onoraria che riconosce a Luciano Meir Caro «lo straordinario impegno civico, culturale, pedagogico ed etico testimoniato in oltre 30 anni con un’instancabile attività che ha contribuito a fare crescere la consapevolezza del valore storico della presenza ebraica forlivese alla vita cittadina». Dicitura cui il sindaco ha abbinato sorridendo l’elogio alla sua gioventù di spirito e l’encomio per il ruolo avuto nel dialogo tra le confessioni, nella nascita del museo interreligioso di Bertinoro, nel «sollecitare le coscienze nel rispetto e nella fratellanza con le sue idee e la sua grande umanità che onorano Forlì e per le quali noi ci vogliamo legare per sempre a lui». Le parole chiave che Zattini ha voluto evidenziare sono vicinanza, conoscenza, capacità d’ascolto, di coinvolgimento, di comunicazione ai giovani in una città le cui radici ebraiche affondano nel XIII secolo.

Quelle testimonianze che Luciano Caro stesso ha citato dopo avere ringraziato tantissime persone «che mi hanno sempre accolto con una ricambiata simpatia». Dall’opera “Le retribuzioni dell’anima” composta a Forlì a fine Duecento dallo studioso ebreo «che tra i primi ha dato lustro a questa città», Hillel Ben Samuel, figlio di un medico che in città operò, all’oste Leuccio «che qui nel Cinquecento era molto impegnato a produrre vino kosher con disappunto di altri ebrei che abitavano fuori regione».

Per Caro «c’è ancora molto da studiare sulla presenza ebraica a Forlì, su una storia oscillante tra espulsioni, saccheggi e momenti di piena integrazione, a partire dal luogo in cui era davvero situata la sinagoga che nel 1418 ospitò il congresso di tutte le comunità italiane». Testimonianze del passato, ma con lo sguardo proiettato al futuro «come lo è questa città». Sì, perché nel suo augurare «a Forlì altri traguardi» ce n’è uno molto vicino da raggiungere. Il Comune ha allestito in autunno a Palazzo Romagnoli una mostra sulla Forlì ebraica, ma ora «il progetto è più ambizioso: ampliare il discorso nella sede dell’ex asilo Santarelli dove si aprono interessanti prospettive».

La querelle sull’utilizzo della pista e delle strutture d’allenamento al coperto del “Carlo Gotti” tra le due società di atletica leggera forlivesi, Edera e Libertas, approda ed esplode anche in consiglio comunale. Esplode perché sugli spazi che Libertas ritiene negati ed Edera non in dovere di assegnare, il question time presentato dal consigliere della Lega Albert Bentivogli ha più acceso la miccia che spento il fuoco.

Nella sua richiesta di delucidazioni all’assessore allo sport, Daniele Mezzacapo, c’è testualmente l’attacco a Libertas che verrebbe meno «al più importante dei principi dello sport: il rispetto delle regole». A nulla vale il suo successivo appello alla politica «a non fare invasioni di campo strumentali» perché dal Pd, il capogruppo Soufian Hafi Alemani rinfaccia questo atteggiamento proprio a Bentivogli.



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