Forlì, il Pronto soccorso è ancora in allarme

A un mese dal grido d’allarme lanciato dalla Società italiana medicina d’emergenza-urgenza, che a metà novembre manifestò in piazza Santi Apostoli a Roma chiedendo alle istituzioni provvedimenti straordinari per sopperire alla pesante carenza di personale che in questi mesi affligge i Pronto soccorso da Nord a Sud, la situazione non è affatto migliorata. Né a livello nazionale, dove si è segnalato il caso eclatante dei 7 medici della struttura di Nuoro dimessisi per protesta, né al Pronto soccorso di Forlì, chiamato a gestire una media di 120-130 accessi giornalieri in una situazione che il direttore dell’Unità operativa Medicina d’urgenza e 118, Andrea Fabbri, definisce di «sistema che gira a rilento come una ruota che rischia da un momento all’altro di incepparsi».

Le criticità

Sì, perché non è tanto una questione di numeri, «sui quali influiscono una decina di casi giornalieri legati al Covid che, temo potranno aumentare nelle prossime settimane», ma di criticità complessiva degli ospedali, all’interno dei quali i Pronto soccorso non sono certo un’isola, ma interagiscono costantemente con altri reparti, anch’essi in sofferenza e in crisi di personale. Quello dell’unità di prima assistenza di Vecchiazzano, dovrebbe contare su 34 professionisti compresi 6 medici dell’emergenza territoriale e invece «siamo praticamente in 20 a turnarci con il supporto degli specializzandi e di guardie mediche e liberi professionisti che coprono parte delle assenze, ma non sono certo specialisti della medicina d’urgenza». Questo fa sì, come ammette Fabbri, «che ognuno faccia 6-7 notti al mese, turni gravosissimi in un ambito come il nostro e il Natale si annuncia davvero duro, più di quanto normalmente già non lo sia: il rischio è di trovarci, tra assenze e malattie, a non gestire più l’impatto». E se qualcuno volesse godersi il proprio periodo di ferie adesso, dovrà probabilmente rinunciare. «L’unico piano di gestione dei festivi che posso proporre, è tagliare le ferie ai miei collaboratori» ammette il direttore.

Clima caldo

Questa situazione non è certo figlia degli ultimi mesi, ma ora il sistema rischia di implodere. «L’aumento dei contagi sta ulteriormente surriscaldando il clima, ma non sono i positivi o le urgenze a metterci in crisi, bensì i tantissimi accessi non urgenti che riscontriamo – afferma Fabbri –. Prima dell’arrivo del Covid si poteva sospirare per le ore di attesa, ma con la certezza di avere poi una risposta, ora le attese si allungano e le aspettative di risposta rischiano di non essere soddisfatte. Tutti i servizi ospedalieri sono in affanno, noi a maggiore ragione. Le persone dovrebbero capire che problemi non urgenti possono essere trattati non in Pronto soccorso, ma anche la medicina territoriale dice di non riuscire a gestirli e allora il sistema non regge più».

Comprensione

Le persone potrebbero, per Fabbri, aiutare anche in altri modi. «Noi resistiamo, ma non possiamo farlo all’infinito. Un aiuto ce lo darebbe la comprensione, un po’ di riconoscenza dai cittadini. Non dico ricevere i pasticcini come nel lockdown, ma capire che stiamo provando a fare miracoli».

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